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Dubbi sulla platea del bonus Irpef

Un mese fa gli uffici tecnici del Senato. Ieri quelli della Camera. Il decreto Irpef di nuovo bocciato, questa volta dai super esperti di Montecitorio. A non convincere, tra le altre norme, è soprattutto il bonus da 80 euro. Perché, scrivono i dipartimenti bilancio e finanze, «la microsimulazione è effettuata con riferimento ai redditi 2011, estrapolati al 2014». In altre parole, il governo avrebbe preso dati vecchi per determinare i beneficiari. Correndo il duplice rischio di sottostimarli o sovrastimarli. Un bel pasticcio, dunque. Perché nel primo caso servirebbero più risorse. Nel secondo, spunterebbe un tesoretto. Soldi extra, di entità ignota almeno fino a dicembre, che sarebbero potuti andare ai lavoratori autonomi, ai pensionati – ad oggi esclusi dal bonus – o alle famiglie numerose.

Ipotesi non peregrine, per gli esperti della Camera, se i redditi di molti lavoratori quest’anno risultassero inferiori a quelli del 2011 (sottostima). O se gli incapienti e gli autonomi fossero superiori al 2011 (sovrastima). In sintesi, la platea oggi «potrebbe aver subito un cambiamento significativo sia dal punto di vista numerico, sia dal punto di vista del reddito».
A questo punto, si legge nel dossier, «appaiono opportuni dei chiarimenti» da parte del governo. Che però sembra tirare dritto. Il viceministro pd all’Economia, Enrico Morando, ieri ha escluso la possibilità che il decreto possa essere modificato alla Camera così da tornare in terza lettura al Senato. «Non ci sono le condizioni per cambiare il testo». Anzi, il governo potrebbe blindarlo con la fiducia: «Vedremo in base al numero degli emendamenti». Le critiche dell’ufficio studi intanto sono lì. E investono altri importanti capitoli del provvedimento: dubbi sulle coperture al taglio Irap, possibili nuovi esborsi dell’erario per coprire le anticipazioni Tasi ai comuni ritardatari, perplessità sulle stime per rivalutare le quote Bankitalia, criticità sui risparmi derivanti dai tagli imposti alle società partecipate degli enti locali.
Società finite ieri pure nel mirino della Corte dei Conti che nella relazione 2014 ne conta 7.472, di cui 6.386 attive. Quelle partecipate al 100% da comuni, province, regioni (2.522, il 40% del totale) sono le «peggiori» per i magistrati contabili (specie quelle regionali). Perché più sbilanciate sul debito, «il fattore produttivo umano prevale su quello tecnologico», alti compensi agli amministratori e perdite in bilancio più pesanti. Insomma stipendifici e buchi neri. Come se non bastasse, la Corte denuncia numerosi casi in cui lo Stato eroga denari pubblici alle partecipate senza indicare le spese, «affidamenti privi della correlativa indicazione delle spese dell’ente affidante». E altrettanti frequenti casi «in cui le spese dell’ente affidante eccedono il valore della produzione». I debiti totali delle partecipate ammontano a 65 miliardi, mentre i loro crediti sono a quota 21, a fronte di un patrimonio netto di 45. In quattro anni, la Sicilia ha speso oltre un miliardo per gli stipendi.
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