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Dubbi sui genitori, stop ai ricorsi

Linea dura della Suprema corte sulle situazioni poco chiare di filiazione naturale. Infatti, è inammissibile il ricorso straordinario in Cassazione contro il decreto adottato, su richiesta della procura, per allontanare il bambino dalla casa di quelli che si proclamano genitori, ma che destano dubbi alle autorità.

È quanto affermato dalla Suprema corte con la sentenza n. 17916 del 18 ottobre 2012.

Il caso.

La vicenda riguarda una famiglia di Napoli. Su richiesta della Procura partenopea la bambina era stata allontanata da casa per il sospetto che la donna avesse reso false dichiarazioni circa la maternità all’ufficiale dello stato civile.

Contro la decisione dei giudici di merito la signora ha presentato ricorso al Palazzaccio, ma senza successo. In particolare ha lamentato la legittimazione della Procura e il fatto che il provvedimento fosse stato assunto inaudita altera parte, senza essere ascoltata. La prima sezione civile lo ha respinto rendendo definitivo l’allontanamento della bambina.

Le motivazioni. Dunque, ad avviso della prima sezione civile, i provvedimenti, emessi in sede di volontaria giurisdizione, che limitino o escludano la potestà dei genitori naturali ai sensi dell’art. 317-bis cod. civ., che pronuncino la decadenza dalla potestà sui figli o la reintegrazione in essa, ai sensi degli artt. 330 e 332 cod. civ., che dettino disposizioni per ovviare a una condotta dei genitori pregiudizievole ai figli, ai sensi dell’art. 333 cod. civ., o che dispongano l’affidamento contemplato dall’art. 4, secondo coma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, in quanto privi dei caratteri della decisorietà e definitività in senso sostanziale, non sono impugnabili con il ricorso straordinario per cassazione di cui all’art. 111, settimo coma, Cost. neppure se ricorrente lamenti la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione, in quanto la pronuncia sull’osservanza delle norme che regolano il processo, disciplinando i presupposti, i modi e i tempi con i quali la domanda può essere portata all’esame del giudice, ha necessariamente la medesima natura dell’ateo giurisdizionale cui il processo è preordinato e, pertanto, non può avere autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo, se di tali caratteri quell’atto sia privo, stante la natura strumentale della problematica processuale e la sua idoneità a costituire oggetto di dibattito soltanto nella sede, e nei limiti, in cui sia aperta o possa essere riaperta la discussione sul merito.

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