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I dubbi del mercato sul decreto crediti. E il caso europeo del sì a Nordbank

Mentre ieri le banche italiane crollavano in Borsa, tra Bruxelles, Amburgo e Berlino accadeva qualcosa di cui nessuno a Piazza Affari ha tenuto conto. A torto, probabilmente: dopo tre anni di «colloqui» – non un mese di meno – la Commissione Ue e il governo tedesco si sono messi d’accordo sul salvataggio pubblico, consumato da tempo, della banca amburghese Hsh Nordbank. Per l’Italia è importante, perché questa vicenda viaggia in parallelo a quella delle quattro banche italiane fallite in novembre.

Restano alcune differenze. La prima è che, dopo tre anni, Bruxelles non ha ancora annunciato di quanto abbatterà il valore dei crediti in default della banca tedesca (nel caso italiano quell’informazione fu data subito e destabilizzò i mercati). Un’altra particolarità è che la Commissione Ue concede oltre un anno di tempo per cedere la banca di Amburgo, mentre per Arezzo, Ferrara, Ancona o Chieti furono dati inizialmente appena cinque mesi: più difficile evitare una svendita con tempi così stretti (ora prorogati di poco).

La differenza di approccio fra Hsh Nordbank e le quattro banche rivela quanto fragile sia la fiducia verso l’Italia nel resto d’Europa. Meglio non fare concessioni a chi può abusarne. Prudente offrirne solo a chi ne ha già abusato da tempo, perché si considera il perno politico del sistema e sa sbattere i pugni sul tavolo nel modo giusto.

Se questo è il margine di manovra che l’Italia ottiene a Bruxelles, il governo non ha molta scelta: invece di lamentarsi, potrebbe aiutarsi da solo a stemperare una crisi bancaria ormai evidente. Per ora non lo fa. Il decreto varato venerdì scorso per accelerare i pignoramenti dei beni dei debitori insolventi è solo l’ultimo esempio, che ieri ha pesato su Piazza Affari. Quelle misure saranno sicuramente utili, perché i futuri prestiti potranno contare su garanzie più credibili. Resta però un dettaglio in sospeso: il decreto non ottiene l’obiettivo per il quale era nato, perché non aiuta a rafforzare gli attuali bilanci delle banche. Il provvedimento influenzerà infatti soprattutto il credito concesso da domani in poi, non lo stock esistente di 360 miliardi lordi di prestiti oggi a rischio di insolvenza.

Mancano informazioni certe, perché in Italia è ormai normale evitare di presentare i testi delle misure appena varate dal governo. Eppure nel decreto sembra esserci poco di utile a far risalire il valore dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche. È caduta l’ipotesi di rendere obbligatorio un rito semplificato, a giudice unico, per accelerare i recuperi degli immobili a garanzia dei prestiti. È sparita l’idea di permettere alle banche di entrare in possesso delle quote di controllo delle imprese che non rimborsano.

Probabile che abbia pesato sul governo una constatazione oggettiva: in Italia gli elettori indebitati sono più numerosi dei loro creditori. Spetta alla politica arbitrare fra queste due classi di cittadini e venerdì scorso, legittimamente, il governo lo ha fatto.

Ieri se ne sono viste le conseguenze in Borsa. I titoli bancari sono crollati perché gli investitori hanno capito che il valore dei crediti in default per ora resta basso. Poiché molti istituti non hanno accantonato riserve sufficienti a coprire le perdite, è probabile che la Banca centrale europea chiederà loro di trovare nuovo capitale sul mercato. Ma proprio il caso Vicenza dimostra che non sarà semplice: oggi gli investitori non sono disposti a dare risorse a banche che valgono in Borsa un quinto o un terzo di quanto se ne ricaverebbe smembrandole e vendendole a pezzi.

Trovare capitale sarebbe più facile se le banche chiudessero almeno un terzo dei loro attuali 30 mila sportelli: un tempo si compravano filiali a 9 o anche 12 milioni di euro l’una; oggi, in certi casi, restano deserte tutto il giorno e valgono zero. Tutto sarebbe più agevole se una vera ripresa sollevasse come un’alta marea tutte le barche in Italia. Per ora però il fondo Atlante ha eliminato solo il rischio del crash di Vicenza e di una nuova falcidia di risparmiatori legati a quell’istituto. Il problema sistemico del settore bancario rimane.

Federico Fubini

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