Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Dubai, finisce l’incubo di banche e immobiliari

All’inferno e ritorno. A cinque anni dal drammatico crac di Dubai World, il barometro della finanza del Golfo – alla faccia dei tanti gufi di cinque anni fa – è tornato sul bel tempo stabile. L’indice della Borsa di Dubai ha più che raddoppiato il suo valore in 15 mesi. E National Commercial Bank (Ncb), la maggior banca saudita per attività, ha annunciato la sua quotazione entro fine novembre. Un’operazione che per valore (6 miliardi di dollari) sarà quest’anno la seconda al mondo dopo l’Ipo a stelle e strisce di Alibaba. E se il buongiorno si vede dal mattino, sarà un successo annunciato: giovedì scorso sul principale mercato dell’area ha fatto il suo esordio la Emaar Malls, la società immobiliare di Dubai. E le azioni nel giorno dell’esordio sono scattate al rialzo del 21% confermando l’ottimo stato di salute dell’economia dell’area. Lo sbarco in Borsa di Ncb è l’ennesima conferma di come il “tesoretto” raccolto in tanti anni grazie alla rendita di posizione garantita dai petrodollari è riuscito (almeno per ora) a gemmare un sistema che inizia a vivere una vita sua, indipendente – almeno in parte – dai capricci del greggio. Standard & Poor’s prevede che nel 2015 il credito delle banche degli emirati e di Riad crescerà di un altro 10-15%. E questi soldi andranno ancora a finanziare la diversificazione. I mondiali di calcio del Qatar sono solo la punta dell’iceberg. I prestiti locali hanno.

consentito ad esempio di costruire dal nulla colossi come Emirates, Etihad e Qatar Airways. Che non a caso hanno costruito flotte da centinaia di miliardi di valore grazie al sostengo del credito del Golfo. Di fare dell’area un hub per il commercio marittimo. E di finanziare l’espansione dei fondi sovrani locali all’estero. I soldi in effetti non mancano: il patrimonio del sistema bancario dell’area, secondo le stime della Qatar National Bank, è lievitato dagli 1,09 trilioni del 2010 agli 1,6 di oggi. Nessuna banca locale figurava tra anni fa tra i collocatori delle 25 maggiori emissioni obbligazionarie del Golfo. Ora sono già 10. Non solo: la Qatar National Bank ha curato l’emissione di un bond in Kenya e anche le altri big del settore stanno iniziando a mettere il naso fuori dal mercato domestico. E hanno iniziato a strappare a suon di contratti milionari i migliori banker ai rivali anglosassoni: Michael Katounas ha lasciato il Credit Suisse per curare l’investment banking della qatarina QInvest. Simon Pelley ha mollato Royal Bank of Scotland per traghettare alla First Gulf. Si sono fatte le ossa seguendo oltrefrontiera l’espansione delle vari Al Jazeera, Mubadala e dei fondi sovrani dell’area. E ora – come dimostra il collocamento di Ncb – sono pronti al grande salto. Il secondo pilastro della finanza mediorientale sono i grandi fondi sovrani. In un mondo dove l’ondata di liquidità garantita dal quantitative easing delle banche centrali finisce per rimanere custodita nei caveaudelle banche per puntellarne i conti con il carry trade (la speculazione sui differenziali di tassi tra i prestiti agevolati e i rendimenti dei titoli di stato), le grandi casseforti dei petrodollari del Golfo sono tra le poche realtà pronte a spendere. In tasca hanno una fortuna stimata in 2.300 miliardi di dollari circa. E in dote ai loro blitz esteri si portano spesso le banche locali che non a caso, silenziosamente, stanno scalando la classifica degli istituti mondiali. Nessuno, ovvio, dimentica i giorni bui del Dubai World. Quando il sogno dell’eterno benessere degli emirati si infranse sui 64 miliardi di debiti del colosso immobiliare. Gli ultimi cinque anni – dicono gli ottimisti – non sono però passati invano. La massiccia iniezione di liquidità garantita agli investimenti infrastrutturali pubblici ha fatto risalire del 50% le quotazioni immobiliari nell’area. E malgrado lo scivolone del petrolio sotto i 100 dollari, nessuno teme che l’economia del Golfo possa frenare la sua corsa. Anzi: il Pil dell’Arabia Saudita salirà quest’anno del 4,3%. Il Qatar, grazie ai massicci investimenti in vista dei Mondiali di calcio, crescerà del 6,7%. Meno della media dell’8,1% registrata da inizio millennio, ma cifre da far invidia agli asfittici paesi europei. Qualcuno però – malgrado il boom della Borsa e le Ipo da record – vede un po’ di nero (e non nel senso del greggio) all’orizzonte. Il motivo? Dietro la corsa dell’economia si nasconde un peggioramento del bilancio dell’area. Il decollo della spesa statale ha già mandato in rosso l’Oman e il Bahrain. Siamo a cifre da prefisso telefonico. Colmabili con facilità con un piccolo rialzo dei prezzi del petrolio. La malattia però rischia di essere contagiosa: l’Arabia Saudita chiuderà il 2014 con un surplus del 2% sul Pil. Ma già nel 2015 rischia di avvicinarsi pericolosamente a quota zero. Il rischio è chiaro: l’erosione dell’attivo fiscale potrebbe prosciugare le entrate dei fondi sovrani, il motore dell’economia e delle finanze nazionali. E lo stop al circolo virtuoso, viste le peculiarità delle realtà del Golfo, potrebbe riportare tutti e in tempi brevi con i piedi per terra. Una riunione del Consiglio per la cooperazione del Golfo: nato nel 1981 in funzione anti Saddam e anti-Iran, ora si concentra sulle questioni economiche e sta preparando la moneta unica dell’area della penisola

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sono sessantasei i fascicoli di polizze infortuni in favore dei dirigenti di cui si sono perse le tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Questo shock senza precedenti potrebbe causare qualche vittima tra le banche». Un Ignazio Visco i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Non sarà possibile avere il Recovery Fund in funzione dal primo gennaio 2021 e anche il Bilancio ...

Oggi sulla stampa