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Draghi & Yellen Le divergenze pericolose

America contro Europa. È sui due versanti dell’Atlantico che si gioca la partita più importante per l’economia globale nei prossimi mesi. Da un lato c’è un’economia che deve affrontare l’uscita dagli stimoli monetari. Dall’altro un’area che solo adesso sta iniziando a misurarsi con le misure di allentamento quantitativo. Tasso di cambio, flussi di capitale e aspettative d’inflazione sono i tre capitoli più spinosi nella relazione a distanza tra Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e Mario Draghi, numero uno della Banca centrale europea (Bce). Lo scopo è solo uno: trovare un equilibrio per evitare il deragliamento della crescita globale. 
Evidenze
L’evidenza più esplicita delle divergenze fra Usa ed Europa si può vedere sul mercato valutario, come ha fatto notare anche il Financial Times . A inizio gennaio 2008, nove mesi prima della bancarotta di Lehman Brothers, il cambio fra euro e dollaro era a quota 1,46. A distanza di sette anni, il mondo è cambiato. La crisi dell’eurozona ha costretto la Bce a mutare il suo ruolo, assumendosi nuove responsabilità, come la supervisione bancaria, e introducendo misure di politica monetaria non convenzionali.
Prima Jean-Claude Trichet e poi Mario Draghi hanno dovuto ripristinare la fiducia degli investitori internazionali tramite una nuova visione dell’architettura macroprudenziale della zona euro. E i frutti si sono visti. A oggi infatti il cambio euro-dollaro veleggia stabilmente sotto quota 1,10, salvo qualche piccolo sussulto oltre tale resistenza. E questa tendenza è un pericolo per la Federal Reserve. Come fa notare Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, «il grido di dolore della Yellen sul dollaro ha interrotto il circolo virtuoso che si stava creando in Europa tra svalutazione dell’euro e bull market azionario». E il grido però potrebbe anche aumentare se si avverasse la previsione di Goldman Sachs, che vede il cambio a quota 0,80 a fine 2017.
Costo della vita
Altro punto, altra divergenza. Nell’area euro si è passati da avere un tasso d’inflazione del 3% nel novembre 2011 al meno 0,2% dello scorso dicembre. Tuttavia, a seguito degli stimoli della Bce, nell’arco di due anni il livello dovrebbe tornare intorno a quota 2 punti percentuali, il target della banca centrale guidata da Draghi. Di contro, la Yellen sta monitorando il fenomeno contrario, con l’indice generale dei prezzi al consumo che si sta avvicinando allo zero negli Usa. E più lo scenario sarà tale, più sarà difficile che ci sia un rialzo del costo del denaro da parte della Fed. Come spiega Fugnoli «i tassi negli Stati Uniti saliranno, certo, ma solo se e quando risalirà l’inflazione, in modo da mantenere rigorosamente a zero i tassi reali».
Gli analisti di Goldman Sachs, che prevedono il primo rialzo dei tassi della Fed nel terzo trimestre del 2015, potrebbero quindi essere costretti a mutare le loro stime. Alla luce dei dati macroeconomici, i messaggi dati da Yellen e Draghi sono ben differenti. Il banchiere centrale italiano ricorda in modo costante che le aspettative d’inflazione della Bce saranno soddisfatte e che si iniziano a vedere i primi risultati degli stimoli introdotti.
La Yellen invece ha ribadito che l’economia statunitense rischia di essere urtata dagli sviluppi macroeconomici globali. Uno su tutti, il tasso di cambio, che potrebbe avere un impatto rilevante sulle esportazioni americane. Ma, come sottolinea Guido Mathieu, economista di Tosetti Value, «oltre al messaggio di fondo, a differire è anche l’atteggiamento sulle indicazioni prospettiche». Draghi, spiega Mathieu, «ha rassicurato a più riprese il mercato circa entità e durata dell’espansione monetaria. Yellen ha, viceversa, volutamente evitato di fornire un’indicazione chiara riguardo alla data del primo rialzo dei tassi. Si tratta di un’inversione di tendenza per la Fed».
Lo scontro
Il cauto ottimismo di Draghi si scontra quindi contro il realismo di lungo periodo di Yellen. Entrambi sono consapevoli che a oggi un cambio euro dollaro così sbilanciato rispetto agli ultimi anni può fornire un supporto alla crescita dell’eurozona nel breve e medio periodo. Tuttavia, nel lungo gli Stati Uniti non potranno più sopportarlo e dovranno intervenire. «Non è questione di se, ma di quando. Per ora giova a tutti questo quadro, ma non si potrà resistere per più di otto mesi», ritiene Paul Donovan, economista di UBS.
Il rischio è che ci siano delle ricadute notevoli anche per il mercato azionario statunitense. Gli economisti di Bank of America-Merrill Lynch si attendono che il periodo di grazia finisca presto: «Il clima è già cambiato, ora è l’azionario europeo da tenere d’occhio, grazie alle azioni della Bce». I flussi di capitale, come ha fatto notare JP Morgan, hanno cambiato verso e sono tornati in Europa. Ma senza un bilanciamento fra Yellen e Draghi il timore è che nel lungo periodo a perderci sia la crescita globale.
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