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“Draghi vi ha dato respiro ora fate le riforme per rilanciare la crescita”

Sotto la guida di Mario Draghi, la Banca centrale europea ha bloccato l’emorragia e anestetizzato il sistema. Ora tocca ai governi fare la propria parte, anche e forse soprattutto a quello italiano. Andrew Bosomworth, ex economista della Bce, direttore generale di Pimco e capo della gestione del portafoglio dalla sede europea di Monaco, non ha l’aria di temere un ritorno in tempi brevi del panico sui mercati. Ma forse anche perché Pimco è un fondo californiano che gestisce risorse per quasi 2.000 miliardi di dollari, Bosomworth non abbassa la guardia. La sua attenzione ora si concentra sulle linee di frattura nascoste che, secondo lui, continuano a minacciare il futuro euro.

Un’inflazione così bassa contribuisce all’aumento continuo del debito pubblico in Italia. La
preoccupa?
«La sostenibilità del debito dipende da vari fattori: tassi di inflazione, di crescita, surplus di bilancio prima di pagare gli interessi sul debito, e tassi di interesse. Per quanto riguarda il surplus, l’Italia lo ha mantenuto negli anni. I tassi d’interesse sono scesi a livelli senza precedenti. E l’inflazione è bassa, sì, ma la Bce ha dimostrato di essere pronta a reagire».
Resta la crescita…
«Esatto, resta la crescita. Servono riforme per aumentare i tassi di crescita dell’Italia e ora la palla è nel campo del governo di Matteo Renzi. La Bce gli ha regalato del tempo, molto tempo. Tocca ai governi farne l’uso migliore».
Pensa che la Bce debba iniziare a creare moneta per lanciare acquisti di titoli sul mercato
già quest’anno?
«La Bce sembra pensare che non ha molto senso farlo proprio adesso che sta sottoponendo le banche agli esami europei: farebbe salire il prezzo dei titoli nei loro bilanci proprio mentre chiede alle banche di ridurre questi ultimi. Ma chiaramente la Bce non ha speso tutti i suoi colpi, può sempre fare di più».
Una volta che la Bce dovesse iniziare a intervenire sui mercati, quanto dovrebbe comprare?
«Se si estrapola dalle tendenze di prima della crisi, alla massa monetaria dell’area euro oggi mancano 1.500 miliardi di euro. Per avere un impatto, la Bce dovrebbe quindi comprare titoli per almeno mille miliardi. Ma immagino che ora per sei mesi non farà nulla. Poi a dicembre disporrà delle prossime previsioni del suo staff, anche per il 2017, e ciò potrà accelerare la discussione sugli interventi».
Quelle misure risolverebbero i problemi dell’area euro?
«Non mi aspetto che incoraggino molto gli investimenti produttivi. Nell’area euro questo è un problema allo stadio acuto. Le aziende restano sedute su quantità enormi di denaro, senza osare investirli in progetti di lungo respiro».
Da cosa dipende?
«Dall’incertezza sul futuro dell’euro. Oggi abbiamo una politica monetaria federale e una politica di bilancio confederale. Non è una struttura perfetta. Nella storia, le unioni monetarie non sono mai durate più di pochi decenni, nei casi in cui non sono riuscite ad evolvere in unioni di bilancio».
Vu ole dire che l’euro non è ancora in sicurezza?
«C’è una grossa nube di incertezza che grava sulla longevità di questo progetto. La Bce ha regalato tempo, come ho detto, ma ora i governi devono portare il progetto alle sue logiche conclusioni e creare una capacità di bilancio comune».
Sta proponendo gli eurobond, emissioni
di debito in comune per i Paesi della zona euro?
«Può anche essere uno strumento più piccolo di quanto si ha di solito negli Stati federali. Può essere un bilancio comune del 3% o 5% del prodotto interno lordo dell’area. Dovrebbe entrare in funzione quando certi Paesi sono colpiti da un trauma di natura esistenziale. Può essere per esempio qualche tipo di assicurazione sulla disoccupazione al livello europeo: gli assegni per chi non ha lavoro verrebbero pagati dal bilancio comune europeo».
Non pensa che potrebbe funzionare solo se anche le regole del mercato del lavoro diventano comuni?
«È così. Ma se e quando si riesce ad arrivare a questo tipo di sviluppo istituzionale in Eurolandia, la nube di incertezza che grava sul futuro della moneta unica si solleverebbe. A quel punto anche le imprese diventerebbero molto più propense a impegnarsi su progetti di investimento a lungo termine. E ciò a sua volta darebbe una spinta alla ripresa e alla creazione di posti di lavoro».
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