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Draghi in versione “colomba” della stretta si riparla in autunno

L’inflazione «non è dove dovrebbe essere e dove vorremmo che fosse». Mario Draghi sposta l’inizio della fine più in là. La discussione sull’avvio della graduale rinuncia all’acquisto mensile di 60 miliardi di euro di titoli di Stato e di bond privati da parte della Bce è rimandata all’autunno. E il presidente, in versione “colomba” come si dice in gergo, ha ribadito ieri più e più volte che se anche la ripresa «si sta irrobustendo », l’aumento dei prezzi al consumo è ancora troppo erratico. Anni fa l’italiano era stato colto con i microfoni ancora accesi, mentre esprimeva soddisfazione per una conferenza stampa volutamente «noiosa». Ieri, probabilmente, mirava a quell’obiettivo, al “percorso netto” senza scombussolamenti sui listini. Ma i mercati sono ormai troppo nervosi.
Quella di un’inflazione ancora insoddisfacente e di una Banca centrale «pronta ad aumentare la quantità e ad allungare la durata degli acquisti» nel caso di incidenti di percorso, è comunque una sottolineatura importante. Quando a fine giugno un solo termine, «reflazione », pronunciato da Draghi durante il tradizionale “buen retiro” dei banchieri centrali nella portoghese Sintra, aveva scatenato un’ondata di isteria sui mercati, convinti che Draghi avesse segnalato una svolta e che avesse avvicinato il momento dell’uscita dalla lunghissima fase emergenziale, i banchieri centrali erano rimasti colpiti. Tanto che il capo economista Bce, Peter Praet, aveva consigliato caldamente ai colleghi di parlare poco.
Il punto è che l’attuale fase è delicatissima. I mercati sono ancora abituati a liquidità a costo zero, ma anche pressati da un recupero economico che si sta rafforzando – e infatti, dopo un’iniziale, breve flessione, l’euro è schizzato ieri a 1,16 euro contro il dollaro, il massimo da oltre un anno e mezzo. Contro i solidi dati macroeconomici, anche le parole di un banchiere centrale mostrano i loro limiti.
Tuttavia è vero che l’andamento dei prezzi al consumo non è ancora trainato dall’aumento del Pil come dovrebbe: continua a muoversi attorno all’1,4%, nell’eurozona.
E Draghi sottolinea da mesi che il problema è soprattutto il languore dell’inflazione cosiddetta “core”, quella depurata dal dato volatile del petrolio e in generale dai prezzi alimentari ed energetici, che lascia insoddisfatti i banchieri centrali. Del resto, siamo lontani dall’obiettivo statutario della Bce di un’inflazione “attorno al 2 per cento”.
Secondo Ubs il cosiddetto “tapering”, la graduale diminuzione degli acquisti dei bond, potrebbe cominciare l’anno prossimo e concludersi in autunno. E il rialzo dei tassi di interesse, nella valutazione della banca svizzera, è improbabile prima del 2019. In sostanza, uno scenario identico che molti analisti ripetono da mesi.
All’inizio di giugno è cominciato un cautissimo cambiamento di linguaggio: la Bce ha escluso dalla promessa di tenere i tassi al livello attuale “per un prolungato periodo di tempo” l’aggiunta “o più bassi”. Ma per ora non si va oltre, neanche di un millimetro.

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