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Draghi: “Troppe banche” A maggio via al valzer Bpm e Mps prime prede

«Tra un mese, dopo le assemblee, partono i giochi per le fusioni bancarie: Bpm deve evitare mosse ostili, Mps è una preda predestinata. Da queste due piazze discenderà il domino successivo». Un banchiere d’affari che conosce l’Italia come le sue tasche avvisa. Altri colleghi, e segnali, dicono che dopo dieci anni il nuovo round bancario è iniziato. Finora si manifesta con viavai di consulenti, dichiarazioni tattiche, acquisti in Borsa dove i titoli sono saliti tra il 40 e l’80% da gennaio. Tutti a fare simulazioni, ad annusarsi. «Muoversi tra i primi sarà importante – aggiunge – ma chi sbaglia finirà ai giardinetti ».

Il decreto Popolari da martedì è legge, e non è cambiato. Scrosterà il modello societario delle 8 maggiori cooperative, rese scalabili e spinte a fusioni tra loro. Forme di arrocco, anche contro lo “straniero” che, se c’è, finora non si fa vedere. Subito dopo le assemblee di bilancio, in cui gli umori di soci frammentati e restii come pochi saranno tastati, i fatti sostituiranno le parole. Finora i soli due mandati “strategici” li hanno presi Mediobanca e Rothschild, rispettivamente su Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le due venete, essendo non quotate e vincolate da valutazioni iperboliche dei titoli, paiono costrette a fare insieme, e a fare presto. Ma le mosse di rottura si preparano altrove. In Piazza Meda, sede della Bpm che tutti vogliono impalmare, per la sua rete protesa sull’area più ricca e produttiva d’Italia. L’ad Giuseppe Castagna ha detto: «Non aspetteremo 18 mesi per trasformarci in spa». Come altri rivali, medita di farlo in autunno, in assemblee straordinarie che potrebbero contestualmente essere di fusione. Bpm ha per approdi naturali il Banco popolare o la Bper emiliana. Con Verona c’è più concordia sulle future poltrone (con l’ad Pier Francesco Saviotti disposto a presiedere il consiglio di gestione), mentre a Modena l’ad Alessandro Vandelli non è disposto a farsi da parte. Anche Ubi è un’opzione per Milano, ma ora il vertice della popolare di Bergamo e Brescia guarda altrove. Verso Siena, dove il terzo gruppo nazionale, squagliato, prepara la ricapitalizzazione da 3 miliardi sul mercato. La Bce con Siena ha usato la mano dura. Per lettera, a febbraio, ha indicato una sequenza chiara per il risanamento: bilancio con pulizia choc dei crediti, aumento, aggregazione. Poco dopo, ben visto dalle istituzioni, l’ad di Ubi Victor Massiah avrebbe bussato a Rocca Salimbeni, per tentare un’aggregazione prima dell’aumento, a bassi costi per Ubi. Ma l’ad senese Fabrizio Viola ha tirato dritto verso l’aumento bis, in agenda a giugno. A quel punto Mps varrà in Borsa circa 6 miliardi, sui livelli di Ubi che faticherà a digerirlo. Anche perché i soci bergamaschi di Massiah preferiscono Verona o Milano, mentre quelli bresciani che hanno un 25% di Ubi erano possibilisti (ma a prezzi di saldo). Se Mps recupera in Borsa e nei conti, insomma, sarà una preda difficile. «Chi avrà voglia di spendere 6 miliardi per una banca che non fa utili e ha un rapporto sofferenze/ valore di libro al triplo del sistema?», si chiede un banchiere americano, nel notare il ritorno di interesse dei fondi stranieri sul settore. Eppure, qualcosa si muoverà. Come ha detto ieri il presidente della Bce Mario Draghi, alla Camera, «il consolidamento ha argomenti forti: fino a poco tempo fa l’Italia aveva 750 banche che sono 750 cda e ognuno ha minimo 5 membri: tutto questo sistema lo pagano i clienti». La vigilanza, sull’asse Francoforte-Roma, ha adottato un dirigismo soft. «Le priorità sono recupero di efficienza, gestione del rischio di credito, rafforzamento della governance – ha detto sabato il vice dg Fabio Panetta -. Le concentrazioni possono agevolare a conseguire questi obiettivi ».
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