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Draghi spinge al ribasso l’euro

L’andamento dei listini, spesso, vale molto di più di mille spiegazioni. Così è accaduto ieri. L’attenzione, come è noto, era tutta per la riunione della Bce. Non tanto sui tassi che, da copione, sono rimasti inalterati. Bensì, sull’intervento di Mario Draghi. L’Eurogovernatore, dapprima, ha «sopito» i rumors sui dissensi nei suoi confronti per un presunto eccesso di autonomia nella politica monetaria. 
E poi, dopo avere indicato che il bilancio della Bce tornerà verso le dimensioni che aveva agli inizi del 2012, ha sottolineato che la Banca centrale è unanimemente pronta ad altre misure non convenzionali.
A queste parole le Borse europee, fino a quel momento contrastate, sono immediatamente balzate verso l’alto. L’euro è crollato nei confronti del dollaro mentre gli spread dei Paesi periferici si sono chiusi. Insomma gli investitori, seguendo una sceneggiatura vista più volte, hanno scommesso sul prossimo avvio del programma di acquisti di titoli di Stato da parte della Bce.
Un’ipotesi concreta? Forse sì o forse no. Poco importa. Nel momento in cui si apre lo spiraglio della scommessa, partono gli acquisti. E così ieri è stato.
Può obiettarsi: a fine seduta i listini hanno chiuso contrastati. Francoforte (+0,6%) e Parigi (+0,46%) si sono assestati sopra la parità. Milano (-0,73%) e Madrid (-0,15%) al contrario hanno archiviato la giornata in rosso. Cioè, il flusso di acquisti non è stato ovunque così robusto.
Vero! E, tuttavia, a rovinare le uova nel paniere è arrivata l’Ucraina. Nel primo pomeriggio, infatti, si sono diffusi (anche via Twitter) rumors circa il ri-accendersi degli scontri tra le forze filo-russe e quelle ucraine a Donetsk. L’incertezza, nonostante il dato migliore della attese sul mercato del lavoro Usa, ha spinto al ribasso (in avvio di seduta) Wall Street. Una dinamica che, quasi immediatamente, è stata replicata in Europa. Così, le azioni sono state vendute e i listini, per l’appunto, hanno accelerato all’ingiù.
In un simile contesto non stupisce che le Borse dei Paesi periferici di Eurolandia siano quelle che hanno sofferto di più. Si tratta dei mercati, nella mente degli investitori, considerati più rischiosi. Listini che, seppure a metà pomeriggio è arrivata la smentita degli scontri in Ucraina, non hanno avuto la forza di rialzare la testa. A differenza di quelli dell’Europa continentale e di Londra, ha prevalso l’ottica di breve e la voglia di portare a casa la plusvalenza.
I «sell», a ben vedere, hanno colpito diversi settori. A Piazza Affari, ad esempio, sono scivolate all’ingiù soprattutto le materie di base (-3,7% sul finale) le telecom (-2,7%) e le banche (-1,7%). In quel di Madrid, oltre agli istituti di credito, sono invece calati anche i titoli immobiliari. Al di là della solita tensione sul settore finanziario, l’andamento dei diversi comparti segnala come la congiuntura sia comunque un market mover.
Proprio ieri l’Ocse, oltre ad avere invitato la Bce a fare di più sul fronte delle misure non convenzionali, ha rilanciato l’allarme sulla crescita. Nell’Eurozona, è stata l’indicazione, l’economia ha rallentato non solo a causa della debolezza dell’Italia, ma anche perchè Germania e Francia hanno le loro difficoltà.
Quelle difficoltà che, è la speranza di tanti, potrebbero essere limitate con l’aiuto dell’export e di un’euro più debole. Ieri, ovviamente, sulla scia delle indicazioni di Draghi la moneta unica ha perso non poco terreno nei confronti del dollaro. L’obiettivo di aumentare gli attivi della Bce (cioè, di immettere liquidità sul mercato) ha infatti un effetto deflattivo sul cambi0. E non solo. L’attesa per la continua crescita dell’economia americana (con la possibile ulteriore stretta da parte della Fed) induce flussi di capitale in entrata verso Washington. Così, in un simile contesto, la moneta unica, dopo avere aperto al di sopra di 1,25 sul biglietto verde, è crollata nel pomeriggio per arrivare a chiudere in Europa sotto quota 1,24. Insomma, una bella boccata di ossigeno per l’industria made in Eurolandia. Quella «corporate», peraltro, che oggi è attesa al test dei dati sulla produzione industriale nel Vecchio continente.
Fin qui alcune indicazioni su azioni e congiuntura. Quale, però, l’andamento nel mondo del reddito fisso? Ieri si è assistito alla riduzione degli spread nei Paesi periferici. La differenza di rendimento tra il BTp decennale e il Bund, durante le contrattazioni, ha toccato il minimo di giornata a 151 punti base. Poi, con il saggio del buono italiano al 2,38%, ha chiuso la seduta a quota 155. In discesa, infine, lo stesso differenziale di Madrid: in Spagna lo spread sul benchmark tedesco si è assestato a quota 132 basis point.
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