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Draghi: solo in ottobre la nuova strategia E l’euro prende il volo

Schiacciato tra l’euro troppo forte – «volatile», per dirla con le sue parole – e l’impazienza dei falchi che spingono verso la normalizzazione delle politiche monetarie, Mario Draghi ha preso tempo.
Contemporaneamente, ha offerto in pasto ai tedeschi e agli altri fautori di un’uscita rapida dagli acquisti dei titoli privati e pubblici da 60 miliardi al mese, una data: «L’autunno». Il che significa che quasi certamente alla prossima seduta del Consiglio direttivo, il 26 ottobre, la Bce dettaglierà quando gli acquisti dei titoli cominceranno a essere tagliati e di quanto.
Un annuncio che non è riuscito a domare la corsa dell’euro, schizzato oltre quota 1,20 contro il dollaro (secondo Draghi quel livello non è problematico, ha puntualizzato). Ma intanto, il banchiere centrale è riuscito a mantenere la discussione in seno al board «a un livello molto preliminare». E ha rivelato che tra i guardiani della moneta unica c’è un’«ampia insoddisfazione» per il ritmo strisciante dei prezzi.
Draghi ha cercato anche di segnalare più volte che la Bce resta «pronta ad agire», se i mercati si dovessero innervosire troppo. Peraltro, agli apprendisti stregoni che soprattutto in Italia si esercitano su ipotesi di monete parallele o alternative, l’ex governatore della Banca d’Italia ha mandato un messaggio chiaro: «Nessun Paese dell’eurozona può introdurre la propria moneta. La moneta dell’eurozona è l’euro».
Inoltre, non c’è «assolutamente » il rischio che sia cominciata un’«era di bassa inflazione ». Il presidente della Bce ha spazzato via l’ipotesi, molto dibattuta tra gli economisti e i banchieri centrali, che l’Europa debba cominciare ad abituarsi all’idea che i prezzi aumenteranno lentamente per l’eternità, nonostante una ripresa e un aumento dell’occupazione robusti.
«Bisogna avere fiducia, pazienza, perseveranza», ha sottolineato, convinto che nei prossimi anni ci sarà una «convergenza » verso l’obiettivo statutario del 2%.
Però l’italiano ha ribadito che c’è un problema che riguarda i salari, che sono troppo bassi e non si stanno adeguando come dovrebbero all’occupazione in aumento. Ma se qualcuno pensa che si tratti di paradigmi in via di sparizione, Draghi sembra invece convinto che le vecchie traiettorie dell’occupazione e delle buste paga si allineeranno di nuovo. Hanno bisogno solo di tempo per ritrovare il loro equilibrio. Il presidente della Bce prevede, come ha ammesso ieri, che l’inflazione al 2% «sarà raggiunta nel 2020», dunque un anno dopo la fine del suo mandato. E dopo aver salvato l’euro nel 2012 dalla disgregazione e scongiurato il demone della deflazione nel 2015, il banchiere centrale ha tenuto botta, ancora una volta, dinanzi ai falchi. E ha fatto capire che il ritmo lento dei prezzi è il grattacapo principale, per la Bce. La sua terza, grande battaglia. E per vincerla, non può non tenere conto del tasso di cambio euro/ dollaro: «Ha molta importanza, per la crescita e l’inflazione ». Può azzopparle.
Preso atto di una forbice nel quadro economico attuale tra un recupero sempre più forte e un’inflazione ancora »volatile », il numero uno della Bce si è esercitato dunque nell’ennesimo funambolismo.
E il Consiglio direttivo ha rivisto in meglio le stime di crescita (2,2% nel 2017; 1,8% nel 2018 e 1,7% nel 2019) e in peggio quelle dell’inflazione (1,5% nel 2017; 1,2% nel 2018 e 1,5% nel 2019). Un altro dettaglio interessante è che la Bce è molto rilassata rispetto alla crescente scarsità di bond sui mercati: «L’abbiamo gestita sempre bene». Fine della discussione. Per ora.

Tonia Mastrobuoni

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