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Draghi sfida la Germania “In 4 anni la Bce ha creato 7 milioni di posti di lavoro”

Sotto gli occhi di Mario Draghi che sta concludendo il suo intervento un foglietto lo invita a stringere, «Tempo zero? », chiede sorridendo. «Tasso negativo», ridacchia Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Insieme, inondando il mondo di liquidità con le politiche del quantitative easing, hanno forse evitato la crisi definitiva del capitalismo. Ora, durante un convegno al Peterson Institute di Washington sembrano sereni e fiduciosi, come quando stavano insieme sui banchi del Mit ad ascoltare le lezioni di Stanley Fischer che si alza a salutarli con affetto e ironia.
Al presidente della Bce Mario Draghi tocca il compito di rassicurare ancora una volta sulla gradualità
della estinzione del quantitative easing, fissata per fine anno, e che non coinciderà con un immediato aumento dei tassi: «Staremo al livello attuale per un esteso periodo di tempo, l’aumento avverrà ben oltre la fine del Qe», ribadisce Draghi e Bernanke gli fa eco teorizzando che negli Usa bisogna far salire l’inflazione prima dei tassi.
Ma quello che conta oggi è l’orgoglio dei banchieri centrali compiaciuti della ripresa che avanza e della riuscita dei loro sofisticati “attrezzi” monetari. Lo testimonia Draghi che rivendica i risultati della sua azione a Francoforte: «In quattro anni sono stati creati 7 milioni di posti di lavoro». In una platea divisa tra artefici e tifosi dei tassi ultra bassi o negativi, l’approvazione è scontata: «È stato un successo. La redditività delle banche non ne ha risentito, anzi è cresciuta». E le accuse di “distorsione”? «Si possono ignorare ». Anche l’inflazione, l’ultimo risultato del Qe che stenta ad arrivare, non lo preoccupa: «Sull’inflazione dobbiamo essere pazienti, persistenti e prudenti », ammonisce. E si associa al coro, risuonato in questi giorni all’Fmi, contro i bassi salari: «Fatti progressi, ma ancora non ci siamo ». Sassolini dalle scarpe, per ora, Draghi non se ne toglie, ma fa la faccia dura quando pensa alle pressione tedesche e al braccio di ferro con lo dello storico “falco” Wolfang Schaeuble: «Abbiamo dimostrato che possiamo essere, e anzi lo siamo stati, indipendenti nel perseguire i nostri obiettivi di politica monetaria».
Draghi ripercorre, con i pochi tratti stilizzati di chi ha vissuto quell’epoca, l’ultima Grande Crisi. Partì con il crack Lehman negli Usa, arrivò — annota — nelle banche tedesche, francesi e olandesi che erano piene di titoli tossici. «I salvataggi costarono dal 5 al 20% del Pil di quei Paesi», spiega e osserva, con qualche polemica, che tutto avvenne «tranquillamente nei week end»; lì infatti la sostenibilità del debito pubblico non veniva messa in discussione. Diversamente accadde quando la crisi raggiunse il mercato immobiliare spagnolo: furono fatti salvataggi bancari ma stavolta «la sostenibilità del debito fu messa in questione dai mercati». Fino a che, con il caso Grecia, scomparve qualsiasi illusione che il debito sovrano fosse senza rischi. Fu da Atene che il contagio arrivò in Italia «dove le banche non erano esposte ai titoli tossici ma erano esposte al fragile debito pubblico». Gli spread salirono in modo «drammatico» tanto da generare «una crisi di credibilità nell’esistenza dell’euro». Draghi non lo dice, ma fu in quella situazione che scattò il suo «whatever it takes» e la svolta di politica monetaria che aprì la strada al Qe.

Roberto Petrini

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