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Draghi: serve una governance europea per le riforme

Le regole in Europa non sono troppe. Anzi, ne servirebbero altre per armonizzare le riforme strutturali nei Paesi dell’Unione. Per il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ci sarebbe bisogno infatti di una «governance sulle riforme strutturali» da affiancare a quella sulle politiche di bilancio. Le riforme strutturali «svolgono un ruolo cruciale» nell’eurozona e i loro risultati «non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso», ha affermato intervenendo a Londra ad una conferenza in memoria di Tommaso Padoa-Schioppa. Draghi nell’occasione ha ribadito l’impegno del consiglio direttivo dell’Eurotower «a usare anche strumenti non convenzionali, nell’ambito del suo mandato, se dovesse rendersi necessario per affrontare ulteriormente i rischi di un periodo troppo lungo di bassa inflazione». Strumenti non convenzionali che invece oltreoceano la Federal Reserve Usa ieri ha deciso di interrompere dopo l’estate: fermerà gli acquisti di titoli in ottobre «se l’economia migliorerà in linea con le attese». In questa fase comunque, secondo Draghi, devono muoversi anche i governi, e non solo limitandosi ad alimentare il dibattito sulla flessibilità delle regole. La capacità dei governi di «stabilizzare» l’economia dipende dal «mantenere basso il debito e tenere il deficit di bilancio vicino allo zero» e «non da una maggiore flessibilità delle norme vigenti», ha detto.
Il suo invito ai governi è quindi di osservare, sempre, le regole innanzitutto del Fiscal compact, pur articolando e dosando l’azione di bilancio in modo da sostenere la crescita. Serve più integrazione in Europa, è il suo mantra che si ar-ricchisce della governance sulle riforme strutturali: le riforme «hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi», ma devono prevedere pure «un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali». Per il «numero uno» dell’Eurotower «la persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti», tanto da «giustificare il fatto» che le riforme «siano disciplinate a livello comunitario». Draghi ha evidenziato come il progetto del mercato unico sia quello di creare un ambiente in cui «nessuna distinzione sia fatta in ragione della nazionalità o del luogo in cui si opera» e «in modo che nessuna impresa sia penalizzata dalla nazionalità e nessun individuo dal Paese di residenza». Il presidente della Bce ha tuttavia ricordato che nell’eurozona «siamo capaci e abbiamo fatto molto per ridurre gli squilibri generati da altri fattori che non fossero la mancanza di competitività e le debolezze strutturali».
Insomma «il nostro futuro è in una maggiore integrazione, non nella ri-nazionalizzazione delle nostre economie», ha affermato sottolineando che su questa sollecitazione Tommaso Padoa-Schioppa si sarebbe trovato d’accordo. I governi nazionali, ha concluso Draghi, «devono imparare a governare assieme, ad esprimere assieme la loro sovranità così da rispondere ai bisogni e alle esigenze dei cittadini», che oggi sono «crescita e posti di lavoro».
Anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ieri ha citato l’ex ministro dell’Economia italiano. In un’intervista sull’euro, rilasciata alla web-tv della Treccani, Visco, esortando una più forte governance europea, ha infatti affermato che l’unico problema dell’euro — che finora ha «garantito la stabilità dei prezzi» e «protetto contro variazioni impreviste e forti del potere d’acquisto», e da cui «non si esce» — è che è «una moneta senza Stato», come diceva appunto Padoa-Schioppa.

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