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Draghi: «Rischi in aumento per la crescita dell’economia»

Il «whatever it takes» non è un’eccezione, è la regola in Bce. E lo ha fatto capire bene ieri il presidente, Mario Draghi, quando, di fronte a un rallentamento della crescita peggiore del previsto e a un’economia più debole delle attese, non ha sfoderato alcun nuovo intervento, forse deludendo qualche aspettativa. La politica monetaria è già ampiamente accomodante così com’è ed è rimasta ieri invariata, la forward guidance non è stata modificata: solo i rischi sulle prospettive economiche sono cambiati, per la Bce non sono più «bilanciati» ma ora sono aumentati al ribasso. E l’inflazione scende e scenderà sul breve, per poi tornare sulla traiettoria verso il target. L’importante, ha messo bene in chiaro il presidente, è avere la cassetta degli attrezzi piena di strumenti pronti all’uso. La Bce è sempre pronta a «fare tutto il necessario», ha ribadito ieri Draghi: whatever it takes, ha detto.
La probabilità di una recessione è molto bassa, stando alla valutazione del Consiglio direttivo. Questo rischio non c’è. Tuttavia i rischi al ribasso, soprattutto geopolitici e legati alla domanda estera, sono cresciuti, aumentando un’incertezza che mina la fiducia e dunque la crescita: dal protezionismo a Brexit (evento «molto importante» e «prolungato»), al rallentamento in Cina (da verificare spessore e durata), dalla volatilità dei mercati con le vulnerabilità degli emergenti, all’industria automobilistica tedesca. La Bce non ha chiaro quanto durerà questa situazione e se peggiorerà: per questo si prende tempo per decidere.
Affinché l’inflazione continui a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine, e in sostegno alla crescita e al credito, quel che la Bce sta già facendo non è poco: il reinvestimento integrale del capitale rimborsato sui titoli in scadenza dal programma di acquisto di attività utilizza uno stock da 2.600 miliardi che, ha fatto sapere ieri il presidente con enfasi, equivale al 25% dell’intera consistenza dei titoli di Stato in circolazione nell’Eurozona. Una dimensione enorme e una percentuale che aumenta con la riduzione del debito pubblico aggregato. Il reinvestimento (ora a un ritmo di 15 miliardi al mese come l’ultimo trimestre degli acquisti netti del Qe) continuerà per un prolungato periodo di tempo dopo il primo rialzo dei tassi, che la forward guidance dà invariati «almeno nell’orizzonte dell’estate del 2019». I tassi negativi dal giugno 2014 (deposit facilities ora a -0,40%), Draghi li ha definiti «molto efficaci».
È lunga la lista dei fattori a sostegno della crescita oltre alla politica monetaria: aumento dei salari, mercato del lavoro con Paesi come la Germania in piena occupazione, liquidità abbondante e prezzo del petrolio che, calando, ha migliorato il reddito disponibile delle famiglie. Offerta e condizioni del credito sono adeguate, solo in Italia in lieve contrazione.
Il Consiglio direttivo, che ieri all’unanimità ha confermato la politica monetaria invariata dedicandosi alla sola valutazione dello stato di salute dell’economia, non ha lanciato allarmi, confermando di essere pronto a usare la cassetta degli attrezzi. Il primo strumento da rispolverare, nell’ambito del buon funzionamento delle cinghie di trasmissione della politica monetaria, riguarda il credito e dunque le banche. Nel Consiglio ci si interroga su nuovi rifinanziamenti,(Vltro o Tltro), ma nessuna decisione è stata presa. «Le banche sono ora più solide rispetto a prima della crisi, i ratios di capitale più alti, controllano meglio i rischi», ha spiegato Draghi. Esistono casi isolati e locali dove la profittabilità è bassa, ma per colpa di un alto cost-coverage ratio ed elevati Npl. Sulle sofferenze, Draghi ha detto che velocizzarne l’eliminazione significa rafforzare le banche in modo che una prossima recessione non si trasformi in un credit crunch. Draghi ha detto di non essere a conoscenza di un “pacchetto Nouy”, come stretta su flussi e stock degli Npl: resta da vedere se il neo-presidente dell’Ssm, Andrea Enria, abbia un suo pacchetto. Alla domanda su chi sarà il suo successore, e se sia opportuno velocizzarne la scelta, Draghi ha risposto con una battuta: «Forse sono di parte, forse la gente mi vuole bene, ma, scherzi a parte, non decidiamo noi». Tra i tanti rischi, quello dell’arrivo di un falco come Jens Weidmann della Bundesbank non è sui radar della Bce ma sicuramente lo è in quello dei mercati.

Isabella Bufacchi

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