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Draghi: ridurre tasse e spesa

È stato un Mario Draghi deciso, quello di ieri all’Economic Club a New York, misurato nei toni, ma esplicito nel messaggio: ha promesso alla crema dell’imprenditoria e della finanza americana «crescita in Europa», ha detto che «ci sono ancora margini per ridurre i tassi di interesse» e che resteranno «bassi a lungo». Ma ha anche detto che è giunto il momento di tagliare le tasse, ridurre la spesa, procedere con le riforme strutturali e rilanciare l’economia attraverso la leva fiscale «perché una politica monetaria accomodante può arrivare fino a un certo punto, ma occorrono riforme strutturali a livello nazionali e riforme a livello europeo con la creazione dell’unione bancaria». Poi, ha aggiunto: «Il problema è che dappertutto durante la crisi in Europa si sono alzate le tasse con aliquote fino al 55%, si sono tagliati gli investimenti e tutto questo ha provocato una recessione. Ora la situazione è stabilizzata e occorre agire per la crescita, tagliamo le tasse, portiamole ai livelli storici, ricreiamo gli incentivi per il settore privato di modo che si possa investire e tagliamo la spesa pubblica».
Una richiesta questa chiarissima per i politici europei. Draghi non ha menzionato Paese specifici, ma ha chiarito che le possibilità di crescita saranno direttamente proporzionali alle riforme interne anche sul mercato del lavoro. Con questo suo intervento davanti a circa 800 persone riunite nel grande salone del Marriott Marquis a Times Square a New York, e con quello del giorno prima a Harvard, alla Kennedy School, Draghi ha voluto anche rafforzare la credibilità della sua forward guidance annunciata a luglio in cui dava un’idea degli orizzonti lontani per l’andamento dei tassi di interesse. E di fatto ha proposto un sillogismo su cui gli investitori americani, molti perplessi, dovranno riflettere: «Molti in America, nelle ore più scure della crisi – ha detto Draghi – avevano scommesso su un fallimento dell’euro, hanno sbagliato, hanno sottovalutato l’impegno politico degli europei nei confronti della moneta unica». Un riferimento storico, il ricordo di un errore di valutazione del passato in America, per invitare indirettamente il suo pubblico a non sottovalutare gli impegni europei dei nostri giorni.
A cominciare dalla riforma bancaria: l’Europa – ha detto Draghi – deve assicurare una piena trasparenza per quel che riguarda i rischi delle banche, per mitigare i pericoli di possibili emergenze».
Draghi ha anche detto di non credere «che l’ipotesi di un fallimento americano sia davvero reale», ha precisato che gli interventi al ribasso sui tassi europei ci saranno in condizioni «di volatilità», e ha detto che le prospettive per l’inflazione in Europa sono sotto controllo.
Nella saletta privata del Marriott dove un gruppo ristretto di persone ha potuto chiacchierare con Draghi prima della colazione, c’erano gestori del calibro di Mario Gabelli, finanzieri come John Paulson, industriali come David Koch, che controlla con il fratello Charles il più grande gruppo industriale privato americano, c’erano economisti come David Malpass e l’ex sottosegretario per gli affari economici al dipartimento di stato Bob Hormatz. È stato Hormatz, con l’economista John Lipsky a fare le domande a Draghi subito dopo il discorso introduttivo. Ed è stato nelle risposte che il presidente della Bce si è aperto di più, conquistando molti applausi a scena aperta. Il giorno prima a Cambridge era stato presentato al pubblico da Larry Summers, l’ex segretario al Tesoro: «Senza Mario Draghi forse oggi non avremmo l’euro», ha detto. Poi una battuta: «Coloro che seguono le questioni europee sapranno quanto non sia scontato che per guidare la Banca centrale europea venga scelto un italiano. Ma Mario Draghi è stato scelto per la sua reputazione di uomo forte, di carattere e di grande competenza, un uomo che trascende la fedeltà ad un Paese».

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