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Draghi pronto agli interventi. L’Ocse: la Bce faccia in fretta

BRUXELLES — «Aspettiamo le decisioni della Banca centrale europea», ha appena detto il premier spagnolo Mariano Rajoy in un’intervista al «Corriere della Sera». Ma non è solo lui, ad aspettare le mosse di Mario Draghi, il presidente della Bce: lo fa tutta l’Eurozona in crisi. E oggi Draghi parlerà. All’Europarlamento di Bruxelles, davanti alla Commissione sui problemi economici e monetari: dovrebbe o potrebbe anticipare qualcosa del piano per acquistare sul mercato secondario i titoli di Stato dei Paesi più fragili, in particolare Spagna ed Italia, e dunque arginare il loro «spread», il differenziale di rendimento rispetto ai più solidi “bund” tedeschi.
In altre parole: l’antidoto, l’«arma finale» — si spera — contro il contagio della crisi finanziaria. Con Draghi, spiega la Commissione europarlamentare, ci sarà uno «scambio di idee». Ma la sua sarà un’audizione a porte chiuse, come — pare — sia stato richiesto dalla stessa Banca centrale europea: anche se almeno sulla carta i componenti della stessa Commissione, fra membri effettivi e sostituti, sono ben 95, di tutti i Paesi.
Il «segreto» formale potrebbe dunque essere solo un velo, il penultimo messaggio trasversale lanciato ai governi da parte dell’Eurotower prima dell’azione. Domani, Draghi dovrebbe infatti spedire una bozza del piano anti-spread ai 17 governatori delle banche centrali nazionali dei Paesi che aderiscono all’euro. Giovedì poi il consiglio direttivo della Bce, dove siedono i 17 banchieri centrali delle capitali e i sei dell’esecutivo guidato da Draghi, dovrebbe apporvi il suo sigillo.
Bisogna agire, ora o mai più, esorta il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Gli fa eco José Angel Gurrìa, il segretario generale dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che riunisce le trenta economie più sviluppate del mondo: «Non bisogna permettere a nessuno Stato di lasciare l’euro. La Bce dovrebbe fare di più, i Fondi salva Stati Efsf ed Esm non bastano», ha detto Gurria. Secondo il numero uno dell’Ocse, l’Eurotower «dovrebbe partire con l’acquisto illimitato di bond, e prima lo fa meglio è».
Ma a quali condizioni, e con quali verifiche da richiedere agli Stati così aiutati, e con quali «memorandum di intesa» più o meno «leggeri», cioè impegnativi per gli stessi Stati, nessuno lo dice ancora apertamente: dovrà dirlo Draghi e soprattutto dovrà dirlo il suo azionista più importante, la Bundesbank tedesca, da sempre diffidente. Dovrà spiegarlo però anche chi sta dietro e al fianco e sopra i banchieri, cioè i leader politici. Che proprio questa settimana si consulteranno in un vortice di incontri.
Già stasera, dopo l’audizione riservata di Draghi, agli eurodeputati parleranno anche i commissari Ue Olli Rehn (Affari monetari), e Michel Barnier (Mercato interno) e probabilmente Joacquin Almunia (Concorrenza). Poi partirà in un giro di capitali il presidente del Consiglio dei ministri Ue, Herman Van Rompuy: domani dovrebbe incontrare a Roma il premier italiano Mario Monti e a Berlino la cancelliera Angela Merkel, e mercoledì a Parigi il presidente francese François Hollande. Venerdì sarà poi ad Atene dal premier greco Antonis Samaras, e sabato di nuovo in Italia, dov’è in programma un secondo colloquio con Monti. Intanto, da Madrid, Rajoy propone un piano in 3 tappe per il varo degli eurobond. Troppe volte i leader europei hanno parlato di «ore decisive», per sperare ora ad occhi chiusi, ma certo poche volte si è respirata una tale aria di emergenza. E c’è anche chi non ha paura di mostrarsi ottimista. Se i governi manterranno gli impegni, la crisi potrà finire «in due o tre anni»: lo dice Klaus Regling, capo del fondo salva Stati Efsf e dell’Esm, che dovrebbe entrare in vigore in ottobre se la Corte Costituzionale tedesca darà il suo via libera il prossimo 12 settembre.

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