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Draghi: pronti a tutto per l’euro

È compito nostro e faremo il necessario. Il messaggio di Mario Draghi, un poco meno diretto e molto più argomentato, è partito da Londra alle 10.30 ora di Greenwich per abbattersi sui mercati di tutto il mondo nel volgere di qualche secondo. Spread e borse hanno invertito i corsi, con i primi che crollavano e le seconde che schizzavano all’insù, alla ricerca di un’altra speranza.
Il presidente della Banca centrale europea, infatti, è stato netto abbastanza nel dare la certezza di un prossimo intervento della Bce per riequilibrare il gap che si è spalancato fra BTp, bonos e bund. Banchieri e politici, fra cui il ministro Corrado Passera e il ceo di Banca Intesa Enrico Cucchiani in visita ieri nell’olimpica Casa Italia di Londra, hanno letto in modo univoco la frase scandita da Draghi secondo cui la dinamica degli spread rientra nel mandato di Francoforte se «il margine del premio sul debito sovrano minaccia la funzionalità della politica monetaria». E se è nel mandato, la Bce «farà tutto il possibile, che, vi assicuro – ha sottolineato il presidente dell’istituto di Francoforte – è abbastanza» per calmare i mercati.
Non ci sono volute, ieri, doti di socratica maieutica per estrarre dalle labbra di Mario Draghi quanto da settimane gli chiede il mondo. L’uscita è apparsa spontanea ed equilibrata da una lunga serie di considerazioni a margine, non ultima la convinzione che alla meta arriveranno tutti i Paesi contemplati dai Trattati. Ovvero nessun Grexit, almeno per ora.
Il presidente della Bce ha parlato al Global Business Summit di Londra, evento organizzato dal premier David Cameron per accompagnare l’appuntamento olimpico con i “Giochi del Business”, eterodossa iniziativa per ridare spinta all’economia britannica che aggiunge ai suoi errori quelli dell’Eurozona. Così Draghi s’è trovato circondato dai governatori di Messico, Agustin Carstens, di Brasile, Alexandre Tombini, dall’ospite Mervyin King numero uno della banca di Elisabetta II ed esposto a un platea di duecento top businessmen, dai vertici di Cisco a quelli di Vodafone. Ha rotto l’assedio con una metafora. «L’euro è come il bombo che non si capisce bene come, ma vola. Per molti anni ha volato molto bene grazie all’aria speciale che si respirava. Ora il bombo deve diventare una vera ape». L’area euro, ha ricordato, ha fatto meglio di Usa e Giappone se si guarda al quadro macro, spaziando dal debito al deficit, e negli ultimi sei mesi «ha fatto progressi straordinari anche in termini di coesione sociale raggiungendo livelli di convergenza molto più elevati del passato». È ora che la mutazione del bombo in ape si realizzi, dunque riconoscendo «quanto è stato fatto» e ben valutando quanto «capitale politico è stato investito nell’euro, progetto irreversibile».
Sul breve periodo Draghi ha sottolineato che la «frammentazione finanziaria» va riparata per ridare vigore al mercato interbancario con azioni collettive. Avanti dunque con l’unione bancaria e con un’authority sovranazionale che farà capo a Francoforte, ma non solo. Il presidente della banca centrale ha insistito che se da un lato i mercati «non conoscono la vera forza della Bce» dall’altro mandano «segnali a cui la Bce può dare una risposta, ma non può supplire all’azione dei Governi nazionali». Il bombo per farsi ape ha bisogno della volontà e della forza dei Paesi membri.
Le capitali facciano dunque il loro lavoro, quel lavoro che Vittorio Colao, ceo di Vodafone, ha immaginato nella versione più radicale invitando il panel a dire se solo l’unione politica metterà fine ai balletti di questi mesi. Interrogativo al quale ha dato una risposta ore più tardi Christine Lagarde direttore generale del Fondo monetario auspicando «un colpo di bacchetta magica» per unire d’un tratto i Paesi d’Europa nonostante, secondo il numero uno dell’Fmi, non sia l’euro la più grave minaccia sul mondo, ma l’accoppiata “deficit-debito” degli Stati Uniti.

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