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Draghi prepara l’ultimo duello con deflazione e euroscetticismo. Ma è solo

In teoria dovrebbe essere la Bce a spezzare questa spirale. Salvo colpi di scena, il 22 gennaio la banca centrale sfiderà le obiezioni della Bundesbank e lancerà un piano di acquisti di titoli di Stato per iniettare nuova liquidità nell’economia: più denaro a caccia della stessa quantità di prodotti dovrebbe, sulla carta, far salire i prezzi di questi ultimi. È però poco probabile che l’iniziativa dell’Eurotower riesca a ribaltare le tendenze di fondo. La Bce dovrebbe annunciare che comprerà circa 500 miliardi di euro di titoli pubblici, una somma limitata dalle sue stesse divisioni interne. Poiché gli acquisti saranno distribuiti sui vari Paesi in base al loro peso nell’economia di Eurolandia, l’Eurotower dovrebbe dunque comprare nei prossimi mesi circa 90 miliardi di titoli pubblici italiani. Per misurare l’impatto di una mossa del genere, basta guardare ai procedenti: nella seconda metà del 2011 la Bce comprò anche di più, circa 100 miliardi di bond del Tesoro di Roma, ma la sua mano sul mercato non riuscì a fermare lo smottamento in corso nell’economia italiana. Da allora il Paese non è più uscito dalla recessione. La banca centrale spese moltissimo nel 2011 ma fallì, perché mancava credibilità nelle politiche del Paese che l’Eurotower cercava di aiutare. Se oggi quell’esperienza racchiude una lezione, è che la Bce da sola non può sanare le fratture aperte nell’area euro. Non ne è in grado anche se il sintomo oggi è la deflazione, una sua competenza diretta. Tocca ai governi per primi il compito di affrontare il problema del debito, ormai su livelli che nella storia non sono quasi mai stati ridotti con mezzi ordinari. Queste sono scelte politiche dure, perché ridurre un debito significa sempre tassare i creditori. E c’è un po’ di tempo perché in Europa non si è ancora sentita la campana dell’ultimo giro: ma prima o poi anche quella risuonerà.

Stamani, sotto la porta della Banca centrale europea e delle grandi cancellerie dell’eurozona, scivolerà un biglietto. Lo stesso per tutti: come succede negli hotel di lusso, è l’ora che venga presentato a ciascuno il conto per le circostanze, le scelte e le condotte degli ultimi tempi. Quel conto è il dato dell’inflazione per il mese di dicembre nella zona euro, che risulterà probabilmente a zero o negativo. Dopo il dimezzamento del prezzo del petrolio e il crollo dei metalli, dal rame al nickel, l’Europa non è più a un passo dalla deflazione: ci è dentro almeno con un piede.
A due settimane dal giorno in cui la Bce dovrà decidere come reagire alla minaccia, questa realtà sta scavando nuove linee di faglia nel terreno che dovrebbe sostenere l’euro. Il ristagno dell’economia e la caduta dei prezzi riducono il reddito dei debitori rispetto ai livelli sui quali questi contavano quando hanno accettato di sobbarcarsi gli interessi. Proprio a causa dei tassi sui bond o sui prestiti, che restano uguali anche in deflazione, il peso dei debiti aumenta in proporzione alle entrate di chi deve saldarli. Questo squilibrio sta già logorando il “club del 300%”, il gruppo di quei Paesi il cui debito pubblico e privato totale (escluso quello delle banche) non ha mai smesso di salire e ora vale più del triplo del prodotto interno lordo. I membri di questo club sono l’Irlanda (debito totale al 524%), il Portogallo (380), il Belgio (355), la Spagna (353), la Grecia (323), la Francia (316) e l’Italia (306). L’attenzione ossessiva al debito pubblico nel Fiscal Compact europeo fa sì che quello delle imprese e delle famiglie sia poco discusso, ma in deflazione il suo peso è anche peggiore. Poiché il debito privato ha tassi superiori rispetto a quello degli Stati, sono sempre più alte le somme che gli imprenditori o i lavoratori sequestrano e sottraggono ogni giorno a consumi e investimenti pur di sostenere le rate dei mutui e le scadenze dei bond. Così la deflazione fa crollare la domanda e il crollo della domanda porta altra disoccupazione e nuova deflazione.
Nel “club del 300%” Grecia, Spagna e Portogallo andranno a elezioni quest’anno, l’Irlanda nel 2016, la Francia nel 2017 e l’Italia al più tardi nel 2018. In quasi tutti questi Paesi sono in crescita, e competono per il primo posto, forze politiche che propongono in modo più o meno esplicito un ripudio del debito: spesso lo fanno chiedendo l’uscita dall’euro, che comporterebbe una svalutazione della nuova moneta nazionale e dunque una (eventuale) perdita imposta ai creditori esteri. L’impatto di un’ipotesi del genere sarebbe potentissimo per Irlanda, Spagna e Grecia, perché per loro il debito estero netto è pari o superiore al 100% del Pil.
È per questo che notizie come il dato di deflazione in arrivo oggi hanno un effetto inevitabile: più si accumulano, come succede da oltre un anno nell’area euro, più rafforzano i partiti estremisti e distruttivi per l’ordine co- stituzionale europeo. La deflazione non fa infatti che aumentare la voglia degli elettori di scrollarsi di dosso il giogo crescente in termini reali degli interessi sul debito: così la caduta dei prezzi sta diventando una minaccia politica, non solo finanziaria.
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