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Draghi prepara il bazooka ma il taglio dei tassi è rimandato

Nel mondo delle banche centrali, le parole sono pietre. E ieri ne sono bastate tre per regalare un momento di euforia alle Borse e far inciampare l’euro sul dollaro. Ma poco dopo, un altro paio di frasi hanno provocato la reazione esattamente opposta. In una fase di rapido peggioramento delle prospettive economiche, gli occhi degli investitori e degli analisti di tutto il mondo erano tutti puntati sul presidente della Bce Mario Draghi. E, poco prima della conferenza stampa, il consueto comunicato delle 13,45 ha dato conto di alcune decisioni del consiglio direttivo della Bce. Le tre parole che hanno scatenato l’euforia dei listini sono state la promessa che i tassi di interesse rimarranno al livello attuale “o più basso” fino alla metà del 2020, almeno. Ma anche che la Bce resta “pronta ad agire”. Il segnale, per i mercati, che il bazooka è carico.
Se qualcuno è rimasto deluso che la Bce non abbia già agito ieri, dopo una valanga di dati macroeconomici negativi arrivati dalla locomotiva europea, ossia dalla Germania, Draghi ha fatto capire però che un pacchetto di misure anti- crisi potrebbe arrivare già dalla seduta dei banchieri centrali di settembre. Ed è proprio il motivo citato dal presidente della Bce durante la conferenza stampa che ha raffreddato gli umori degli investitori. «Le prospettive economiche stanno peggiorando sempre di più», soprattutto «per il settore manifatturiero, nei Paesi dove questo settore è importante», ossia Italia e Germania, che starebbero soffrendo un vero e proprio «choc idiosincratico». A quel punto, i listini hanno virato verso il basso e lo spread è tornato a salire.
Inoltre, anche se Draghi continua a ritenere bassa la probabilità di una recessione, stavolta il suo messaggio alla politica è stato più chiaro che mai. La Bce «non accetta un livello di inflazione così basso » che secondo gli analisti potrebbe peggiorare ancora. In secondo luogo, il protezionismo americano e il rischio di una “hard Brexit” pesano sulle prospettive di autunno. Di conseguenza, «se continuasse questo peggioramento economico, il ruolo della politica di bilancio diventerebbe essenziale».
Conoscendo la filosofia di Draghi, non certo un appassionato di conti pubblici in disordine, si tratta di un messaggio rivolto soprattutto alla Germania: rea da anni di aggrapparsi al pareggio di bilancio come un feticcio inemendabile. Gli ultimi dati macroeconomici disastrosi risalgono a ieri. Le finanze pubbliche tedesche concederebbero margini di manovra per alimentare l’economia: da anni registrano colossali avanzi di bilancio. Ma il responsabile delle Finanze Olaf Scholz non sembra intenzionato a rompere il tabù.
Intanto, a fronte di una «considerevole mole di aspettative di inflazione che si muove in direzione di un tasso più basso», aggiungendo che «ciò non ci piace e dunque siamo determinati ad agire», Draghi ha di fatto promesso un pacchetto di interventi per l’autunno e l’inverno prossimi che potrebbero consistere in un ulteriore taglio dei tassi, in un riavvio del programma di acquisti di titoli di Stato – secondo alcuni analisti il cosiddetto Qe potrebbe ripartire da gennaio del 2020 – e in nuovi interventi di liquidità per le banche.
Qualche vento contrario alle nuove mosse da “colomba” potrebbe arrivare tuttavia dai “falchi” nord ed esteuropei. Draghi ha ammesso che «la maggior parte» dei banchieri centrali ha approvato ieri la decisione di segnalare un nuovo pacchetto di misure di stimolo; insomma che non tutti sono d’accordo con l’adozione di un nuovo bazooka. In ogni caso, in attesa dell’arrivo della sua erede, Christine Lagarde, Draghi ha escluso di voler fare un cambio di poltrona con l’ex direttore generale del Fondo monetario internazionale: «Non sono disponibile. Il problema non si pone».
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