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Draghi passa il testimone nelle mani di Boj e Fed

NEW YORK.
La parola a tutti gli altri, dopo bazooka-Draghi. La settimana dei mercati ruota intorno a una tripletta di riunioni delle banche centrali. Oggi apre i giochi quella del Giappone. Lo stesso giorno inizia un meeting della Federal Reserve che si conclude domani con il comunicato sulla strategia monetaria. Giovedì chiude la danze la Banca d’Inghilterra. E’ ormai un dato dell’economia globale in questa fase: ci si attende che tutte le soluzioni vengano dalle banche centrali, vista l’inazione dei governi. A rischio di essere delusi, se gli arsenali mobilitati dai banchieri centrali non dispiegano l’efficacia che era attesa. E soprattutto, sul lungo periodo grava l’interrogativo se le “guerre non convenzionali” condotte dalle banche centrali possano portare i loro benefici all’economia reale, o se si limitino a prolungare delle bolle finanziarie.
I mercati stanno ancora digerendo il bazooka della Bce: tassi negativi, acquisti di bond emessi da aziende non bancarie, “pagamenti” alle banche purché queste trasmettano finalmente il credito all’economia reale. Quel che farà la Banca del Giappone, è interessante perché Tokyo fu la prima tra le “grandi” a imboccare la strada dei tassi negativi, e non ha escluso di poter rincarare la dose scendendo ancora più sottozero. L’appuntamento più importante resta quello con la Fed. Sotto la presidenza di Janet Yellen la banca centrale americana aveva intrapreso un ritorno alla normalità. Il “quantitative easing” è ormai storia passata, gli acquisti di bond sono cessati, anche se un effetto espansivo rimane in atto fino a quando la Fed non comincia a ridurre il suo gigantesco portafoglio titoli. Da metà dicembre aveva cominciato anche a rialzare i tassi voltando le spalle a quella politica d’emergenza che fu il tasso zero.
Poi però le turbolenze cinesi, il crollo del petrolio, avevano diffuso negli Usa il timore che una recessione fosse alle porte. Un coro si era levato per scongiurare alla Yellen di fermarsi. Lei lo ha fatto, per adesso. E con ogni probabilità dopodomani i tassi direttivi della Fed resteranno fermi dove si trovano, dopo quel modestissimo rialzo di un quarto di punto deciso a dicembre. Ma più importante è leggere fra le righe il comunicato. Se torna a professare ottimismo sulla crescita americana, è segno che il prossimo quarto di punto all’insù è solo rinviato a giugno. E questa è la previsione più diffusa al momento. Gli ultimi dati dal Pil al mercato del lavoro indicano che la locomotiva Usa procede.
Il rinvio del rialzo dei tassi da marzo a giugno è una mossa naturale: in fondo, con Draghi e il Giappone che vanno sottozero, in termini relativi i rendimenti americani stanno comunque salendo. Dunque si può dire che è in atto una moderata stretta monetaria negli Stati Uniti, sempre in termini relativi, cioè in confronto a quel che accade altrove. Le scommesse ora riguardano il numero di ritocchi all’insù che la Fed deciderà, in questo delicato anno elettorale: due o addirittura tre? Tutto dipende da quello che accade all’economia reale, quella che conta di più e che vive meno in simbiosi con le banche centrali di quanto facciano i mercati finanziari. Dall’economia reale un segnale negativo viene con il nuovo calo del prezzo del petrolio. Dopo una ripresa che aveva recuperato il 17% all’insù, il barile di greg- gio in una sola seduta ha perso fra il 3,5 e il 4%. La causa: l’annuncio dell’Iran che non intende bloccare i suoi livelli di produzione, quindi si dissocia dall’accordo preso fra i maggiori produttori Opec e la Russia. La ripresa del petrolio, rispetto ai minimi di 27 dollari, era stata considerata come un segnale di ritorno di ottimismo. Se torna a scendere, nello scenario globale prevale il tema della deflazione.
Infine restano le incognite sulla Cina. Di recente a Wall Street le preoccupazioni si sono focalizzate sull’andamento delle riserve valutarie cinesi.
Pechino sta spendendo molto per frenare la caduta del renminbi. Le fughe di capitali continuano malgrado diverse misure di restrizioni valutarie. Ai ritmi attuali, un esperto come Barry Eichengreen stima che la Cina possa reggere due anni. Se i mercati pensano che sia in arrivo una svalutazione seria, sarà questo il prossimo focolaio di instabilità.

Federico Rampini

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