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Draghi: nuovo Trattato subito

di Riccardo Sorrentino

Hic sunt leones… E la Banca centrale europea si è fermata, per capire. L'istituto di Francoforte ha lasciato invariati i tassi (all'1%), riportati a dicembre al minimo storico abbandonato ad aprile, ma ha lasciato la porta aperta a ulteriori passi. Nella speranza che l'intesa fiscale Ue possa farsi al più presto, «meglio a fine mese – si è spinto a dire il presidente Mario Draghi – che a marzo». La banca centrale – ed Eurolandia – ha davvero bisogno di una maggiore stabilità e prevedibilità fiscale (anche se «la contrazione fiscale, necessaria, va mitigata», ha detto Draghi, con le riforme strutturali). Un quadro solido permetterebbe alla Bce di andar oltre nella politica monetaria, visto il quadro di grande «incertezza» da lei disegnato.
Da ieri oltre tutto non è più considerato un pavimento da non sfondare mai quello dei tassi all'un per cento. L'ex presidente Jean-Claude Trichet l'aveva individuata come una soglia che non sarebbe «mai» stata sorpassata in basso, ma il suo successore, in conferenza stampa, ha schiuso – appena appena, senza sbilanciarsi – la porta. Ha ripetuto il mantra della Bce: «We never precommit», «Non prendiamo mai impegni», ma così facendo ha azzerato uno dei punti fermi che la Banca centrale aveva fissato nei mesi scorsi. «Guardiamo a tutti i fattori in gioco» nell'economia reale, ha ripetuto il presidente, che non ha voluto troppo enfatizzare il peso dei pochi elementi positivi, tra i quali una possibile ripresa «graduale» dal 2012 (pure citati nel comunicato introduttivo) ricordando piuttosto che la Bce «è pronta ad agire». Il presidente ha comunque riconosciuto gli «sforzi straordinari» compiuti da alcuni paesi sul risanamento dei conti pubblici.
La reazione dei mercati, però, è andata un po' in senso opposto: l'euro si è rafforzato proprio in una fase in cui, ridiventata moneta di finanziamento del carry trade, è esposto a pressioni ribassiste. Forse hanno pesato il riferimento alle parole del G-7 contro «i movimenti disordinati dei cambi»; forse anche il giudizio ora più articolato e quindi non più univoco, sullo stato di salute di Eurolandia dove c'è una forte «eterogeneità», per la quale in alcuni Paesi non si può «parlare di recessione». Questa eterogeneità, ha anche detto il presidente, significa che in alcune economie ci sono segni di una contrazione del credito, non ancora evidente nel complesso dell'Unione monetaria.
L'impressione è che la Bce non voglia impegnarsi in mosse che la porterebbero in territorio sconosciuto. Tagliare tutta la struttura del costo del credito di altri 0,25 punti significa portare a zero i tassi pagati dalla banca centrale ai depositi che le banche detengono presso di essa.
Lo staff di Francoforte sta sicuramente valutando l'idea – presumibilmente insieme ad altre – per la quale non mancherebbero seri motivi: molte, troppe, aziende di credito parcheggiano la loro liquidità (oltre 463 miliardi il 6 gennaio). Draghi ha però voluto un po' sdrammatizzare questo fenomeno. «Le banche che hanno preso a prestito denaro dalla Bce non sono le stesse che lo ridepositano verso la Bce», ha spiegato. Non si può dire, quindi, che l'operazione di iniezione di liquidità a tre anni di dicembre sia stata meno efficace del dovuto. «Si è evitata una contrazione del credito» e «alcuni mercati sono stati riaperti», ha detto, mentre «i tassi sono calati lungo la curva dei rendimenti: prima nella parte a breve ma ora anche in quella a lunga». «Ci sono anche segnali – ha poi aggiunto – del fluire di questo denaro verso l'economia».
Anche per questi motivi, la Bce punta molto sulla seconda operazione a tre anni di febbraio. «Ci aspettiamo una domanda elevata», ha detto Draghi, che ha promesso nuove regole per i collaterali in tempo per la nuova asta. In ogni caso, queste operazioni non standard resteranno temporanee. A breve sarà anzi firmata l'intesa con il fondo salva Stati, l'Efsf, che dovrà sostituire la Bce – che svolgerà un ruolo di agente "tecnico" – nell'acquisto di bond: «L'Efsf – ha precisato Draghi – ha compiti completamente diversi da quelli della Banca centrale».

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