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Draghi non cede: stimoli invariati

Mario Draghi non cede. Il presidente della Banca centrale europea ha voluto dissipare ogni dubbio, davanti a una platea di economisti, investitori e analisti dei mercati finanziari, sul fatto che lo stimolo monetario rimarrà invariato per quest’anno, sia negli acquisti di titoli, il Qe, sia nei tassi d’interesse, sia nelle indicazioni prospettiche, la “forward guidance” fornita dal consiglio.
In questo modo, il banchiere centrale ha puntato a mettere a tacere le interpretazioni sorte sui mercati dopo diversi interventi in ordine sparso di membri del consiglio direttivo. «Un cambiamento nella nostra valutazione della politica monetaria non è giustificato in questo momento», ha dichiarato all’annuale conferenza degli “Ecb Watchers” a Francoforte. Le minute del consiglio del 9 marzo scorso, pubblicate ieri, sostengono che «una discussione sulla normalizzazione» della politica monetaria sarà giustificata «in futuro» se le condizioni dell’Eurozona dovessero continuare a migliorare. Di fatto, la discussione è già cominciata e, ha detto ieri a Berlino il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, «è legittima». Weidmann aveva dichiarato in precedenza che si sta avvicinando il momento di sollevare «leggermente» il piede dall’acceleratore. Per ora, emerge dalle minute, il consiglio ha concordato su «pazienza e rotta invariata, insieme a un tono più fiducioso». Qualche governatore aveva insistito perché venisse presentato un quadro più ottimistico e fosse lasciata cadere la possibilità, se la situazione dovesse peggiorare di nuovo, di un altro taglio dei tassi. Annuncio ritenuto prematuro dalla maggioranza in consiglio.
La politica monetaria della Bce, ha detto Draghi, «sta funzionando ed è stata un fattore chiave della resilienza dell’economia dell’area euro negli ultimi anni. La ripresa sta progredendo e ora sta acquistando impulso, anche se i rischi restano al ribasso»: ancora una volta, il presidente della Bce ha richiamato i rischi geopolitici. Le minute citano esplicitamente gli Stati Uniti e Brexit. Tuttavia, ha affermato, «nonostante i miglioramenti, la dinamica dell’inflazione continua a dipendere dalla prosecuzione della nostra politica monetaria attuale, una posizione determinata dall’interazione fra i tre principali strumenti: i tassi, gli acquisti di titoli e la forward guidance su entrambi». Draghi ha ribadito anche che, quando sarà il momento, la rimozione dello stimolo avverrà nella sequenza già indicata: prima la fine del Qe (60 miliardi di euro mensili fino a dicembre, poi una probabile riduzione graduale), poi il rialzo dei tassi. Sulla sequenza erano sorti i maggiori dubbi sui mercati nelle ultime settimane. Ed è su questo che ha insistito, alla stessa conferenza, il capo economista Peter Praet.
«Non siamo ancora al punto in cui la dinamica dell’inflazione può sostenersi da sola senza il sostegno della politica monetaria», ha affermato Draghi, ricordando che il rialzo dell’1,4% fra novembre e febbraio (quando ha toccato il picco del 2%, prima di ridiscendere all’1,5% a marzo) è stato dovuto per il 90% all’aumento del prezzo del petrolio. Ma il banchiere centrale italiano ha anche sottolineato che la misura dell’inflazione di fondo, depurata dei prezzi del petrolio e degli alimentari, ristagna attorno allo 0,9% da metà 2013 (a marzo è scesa allo 0,7%). Manca per ora ogni spinta dalla componente salariale, ha osservato Draghi, nonostante l’occupazione sia migliorata, prima in Germania, poi in Spagna, e ora anche in Italia, Irlanda e Portogallo. La disoccupazione infatti resta alta. «Troppo presto per dichiarare vittoria sull’inflazione», gli ha fatto eco, da Malta, il suo vice Vitor Constancio.
Draghi ha anche notato che la politica fiscale, anche se non ostacola più la crescita come negli anni passati, non fornisce una spinta all’espansione, mentre le riforme strutturali sono state poche, soprattutto nell’area delle liberalizzazioni dei mercati dei prodotti e delle condizioni per esercitare l’attività d’impresa, che hanno un maggiore impatto sulla spesa.
Draghi ha respinto nuovamente le critiche ai tassi negativi sui depositi delle banche presso la Bce stessa, soprattutto da parte dell’establishment finanziario tedesco e del settore bancario in genere. Hanno avuto un forte effetto nel migliorare le condizioni finanziarie, ha detto, e gli effetti collaterali negativi sono stati per ora limitati.

Alessandro Merli

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