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Draghi: «Non c’è tempo da perdere Il momento per le riforme è questo»

Dopo quasi un decennio di crisi finanziarie e recessioni, notoriamente non è facile far perdere la pazienza a Mario Draghi. Ieri però anche il presidente della Banca centrale europea, in modo deliberato, ha lasciato capire che prendere tempo a questo punto rischia di rivelarsi intollerabile. Certe economie europee e lo stesso assetto istituzionale dell’euro sono così vulnerabili che lasciare tutto com’è oggi equivale a danneggiare attivamente le possibilità di una ripresa futura fatta di investimenti e nuovi posti di lavoro. «Ci sono molte comprensibili ragioni politiche per ritardare le riforme strutturali — ha osservato Draghi, tagliente — ma sul piano economico ce ne sono poche valide. Il costo del rinvio è semplicemente troppo alto».

L’occasione per parlarne è arrivata con l’appuntamento del Brussels Economic Forum, organizzato ogni anno dalla direzione generale Economia e finanza della Commissione europea. Draghi era stato invitato ad aprire l’evento con una lezione in ricordo di Tommaso Padoa-Schioppa e il presidente della Bce ha cercato di trasferire al presente le preoccupazioni del grande economista italiano scomparso nel 2010.

La parola “Italia” non è stata pronunciata una sola volta nei quaranta minuti della sua lezione, ma era difficile per la platea scacciare l’impressione che Draghi pensasse (anche) al suo Paese di origine: soprattutto, ma non solo, quando ha parlato nei ritardi del sistema di istruzione, della bassissima partecipazione delle persone adulte al mercato del lavoro, delle riforme in stallo che erodono l’efficacia delle misure di sostegno della Banca centrale europea.

«L’incertezza per la stabilità istituzionale dell’area euro conta per la politica monetaria», ha avvertito Draghi, perché riduce l’efficacia di tassi d’interesse bassi per riattivare l’economia. «Imprese a cui manca la visibilità sull’ambiente nel quale si troveranno a operare negli anni a venire potrebbero comprensibilmente scegliere di rinviare o abbandonare i piani d’investimento».

Il presidente della Bce resta convinto che l’area dell’euro resti un’architettura fragile perché incompiuta. Per questo ieri a Bruxelles ha sottolineato «l’esigenza fondamentale di restituire chiarezza e fiducia all’assetto istituzionale dell’area euro» dal momento che «sappiamo che quello attuale è incompleto». Draghi non ha specificato, ma anche ieri al Brussels Economic Forum il dibattito su come rafforzare l’area euro si è concentrato su alcuni aspetti: strumenti di bilancio europei per la spesa in programmi comuni, fondi dell’area euro di assicurazione dal rischio di una crisi in questo o quel Paese, istituzioni dell’unione monetaria dotate di poteri reali.

Draghi però sembra pensare che il malessere dell’area euro non sia solo dato dal suo disegno costituzionale lasciato a metà. La riluttanza di vari Paesi a modernizzarsi pesa almeno altrettanto, e con il passare del tempo diffonde le sue tossine nel sistema. «Tutti i responsabili della politica economica dovrebbero avere una forte motivazione a agire», ha detto Draghi, «perché il tempo conta. Un ritorno troppo lento della produzione al suo potenziale è tutt’altro che innocuo, al contrario ha conseguenze durature perché erode lo stesso potenziale di crescita». Le imprese non investono e perdono terreno sulla frontiera tecnologica che avanza; i disoccupati restano tali e vedono le loro competenze diventare sempre più obsolete e inutili.

Qui Draghi ha dato l’impressione di pensare anche all’Italia, dove il progetto di una maggiore negoziazione dei salari in azienda è di nuovo in fase di stallo. Nel mondo del lavoro, ha detto, «l’esperienza ha dimostrato come le riforme possano funzionare».

Il presidente della Bce ha ricordato le stime secondo cui quelle del Portogallo hanno ridotto la disoccupazione di circa il 3% fra il 2011 e il 2014; anche quelle della Spagna nel 2012 «sono state un fattore di sostegno all’occupazione da allora». E ha aggiunto: «Ciò dovrebbe incoraggiare Paesi che stanno riformando a continuare i loro sforzi, soprattutto quelli dove un’alta disoccupazione dura da talmente tanto tempo che le si è permesso di diventare una norma sociale».

Federico Fubini

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