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Draghi: «L’unità è un dovere, ricostruire per i nostri nipoti»

Il suo discorso si chiude come era cominciato, con un appello che è anche un monito: «L’unità non è un’opzione ma un dovere», dice un attimo prima di ricevere l’applauso finale. Sono passati poco più di 50 minuti da quando, prendendo la parola, Mario Draghi ha ammesso di sentirsi emozionato come mai gli era capitato prima. E l’emozione il premier la tradisce, quando parlando dei ricoveri in terapia intensiva confonde migliaia con milioni, recuperando solo grazie al suggerimento di Giancarlo Giorgetti seduto lì alla sua destra. L’ex Governatore della Bce non sfugge al peso delle aspettative e ripete, in sede di replica, che il Governo così come la stima riposta nei suoi confronti dovrà essere «validata dai fatti».

L’ampia maggioranza di cui gode lo ascolta, ricordando con applausi o mormorii di disapprovazione la sua eterogeneità. Come quando il premier ringrazia il suo predecessore, Giuseppe Conte, per aver affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica senza precedenti. Nel giorno della sua prima fiducia Draghi assicura che il suo arrivo non è la conseguenza del «fallimento della politica». Ricorda però che l’esecutivo che presiede è già «il terzo della legislatura». Un Governo che – insiste – riassume in sé «lo spirito repubblicano», grazie al senso di responsabilità mostrato dai partiti pronti a rinunciare a qualcosa «per il bene di tutti» perché prima dell’appartenenza viene «il dovere della cittadinanza». Siamo di fronte a una fase assimilabile a quella post bellica – continua il premier che promette materrà aperto il confronto «essenziale» con le parti sociali e le Regioni – e come allora serve impegnarsi tutti per una «nuova ricostruzione».

Il presidente del Consiglio dosa pesi e contrappesi. «Sostenere questo Governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro», sottolinea, rivolgendosi all’Aula dove siede anche Matteo Salvini, che il giorno prima diceva che di «irreversibile per fortuna c’è solo la morte» e che però evita nelle sue dichiarazioni polemiche sostenendo anzi che«l’Europa è casa nostra». Draghi insiste sull’integrazione dei bilanci e sulla perdita di sovranità a favore dell’Unione, rilancia l’appartenenza al Patto Atlantico e il ruolo delle Nazioni Unite così come la necessità di un nuovo patto sull’immigrazione. Sul fronte interno annuncia la riforma del Fisco, riconosce la necessità di garantire sostegni anche ai lavoratori autonomi così come alle imprese del turismo che rischiano di fallire. Ma soprattutto assicura quel cambio di passo sulla lotta al virus, a partire dalla campagna vaccinale che l’ex opposizione, Lega in primis, chiede da tempo e che avrà come prima conseguenza la decisione di accantonare le Primule del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri perché «non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti» ma sfruttare anche tutti gli spazi pubblici e privati disponibili.

Individuato l’obiettivo bisogna però scegliere la strategia milgliore. Se per la lotta al Coronavirus è velocizzare la campagna vaccinale, per ricostruire l’Italia post pandemia conta «la qualità delle decisioni e il coraggio delle visioni» utilizzando «il tempo del potere» per realizzarle e non sprecarlo invece nella «preoccupazione di conservarlo». L’imperativo categorico di Draghi è chiedersi se le scelte di oggi contribuiranno a migliorare la vita dei nostri figli e nipoti. Il premier torna a citare Cavour, come già aveva fatto in occasione delle sue ultime considerazioni finali da Governatore della Banca d’Italia: «Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». E le riforme – da quella fiscale al welfare, dalla pubblica amministrazione alla scuola, alla giustizia civile – sono l’asse portante con cui si declina il programma Next Generation Ue. Draghi ricorda che a disposizione ci sono circa 210 miliardi di qui al 2026 ma queste risorse (la cabina di regia sarà al Mef) vanno usate «puntando a migliorare il potenziale di crescita» e tenendo conto però degli equilibri di finanza pubblica. Proprio per questo «la quota di prestiti aggiuntivi» non è detto che sia utilizzata nella sua totalità. Ma c’è un altro tema dirimente e trasversale che investe il futuro: la tutela dell’ambiente così come del nostro patrimonio artistico. È questa la lente attraverso la quale si dovrà scegliere su quali settori investire, quali imprese sostenere perché – dice il premier – «vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta».

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