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Draghi: “La Ue non si deve fermare”

Alla vigilia del vertice europeo di Bratislava, Mario Draghi chiarisce il suo pensiero su un’Europa sempre più sfilacciata. Al presidente della Bce è andato ieri il premio Alcide De Gasperi- Costruttori d’Europa, che Draghi ha voluto devolvere alle vittime del terremoto. Da Trento ha spiegato quant’è importante che l’Ue impari ad essere più vicina ai cittadini, ma ha anche fornito una sofisticata interpretazione su come procedere per non ripetere gli errori del passato. Su come coniugare i vari livelli di intervento: nazionale, intergovernativo ed europeo. E ritrovare l’unità, anzitutto quella «politica».
In molti settori «il coinvolgimento dell’Europa non è necessario », mentre diventa «essenziale, non solo legittimo» che le iniziative siano europee in settori come «immigrazione, sicurezza e difesa», precisa. La sovranità nazionale resta l’aspetto «fondamentale » del governo di un Paese; ma l’unico modo per preservarla, in un contesto globalizzato, è condividerla nella Ue «che ha funzionato da moltiplicatore della nostra forza nazionale».
Un ruolo più forte dell’Unione lo chiede anche il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, presente alla cerimonia: l’Europa «non può restare ferma in attesa dell’apertura del negoziato con il Regno Unito » dopo Brexit, perché «ci sono urgenze ed esigenze che non possono attendere», a partire dal «dramma dei migranti». E Napolitano sottolinea il ruolo della Bce: «Pur nei suoi limiti invalicabili, la sua azione ha rappresentato in questi anni di incertezze nel quadro europeo il principale elemento di continuità e sicurezza».
Per Draghi occorre trarre anche insegnamento dal metodo usato da De Gasperi per legittimare gli accordi internazionali: «Concentrarsi sugli interventi che portano risultati immediatamente tangibili». Lì, per Draghi, le priorità sono chiarissime.
Anzitutto, portare a termine le iniziative «già in corso», a partire dal mercato unico cui manca l’integrazione dei servizi. Ma il presidente Bce invita anche a porre attenzione maggiore sugli «aspetti redistributivi dell’integrazione, verso coloro che più ne hanno pagato il prezzo». Le recenti discussioni «in materia di equità della tassazione, e quelle su un fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione, su fondi per la riqualificazione professionale e su altri progetti con la stessa impronta ideale vanno in questa direzione».
Draghi ha ben chiaro il pericolo dei populismi: «L’ansia è crescente. Le risposte politiche a essa date talvolta richiamano alla memoria il periodo tra le due guerre: isolazionismo, protezionismo, nazionalismo. Era già successo in passato». Ma una via per batterli è ascoltare maggiormente i cittadini. Se è vero che «l’impianto dell’integrazione europea è saldo, i suoi valori fondamentali continuano a restarne la base», è indispensabile «orientare la direzione di questo processo verso una risposta più efficace e più diretta ai cittadini, ai loro bisogni, ai loro timori e meno concentrata sulle costruzioni istituzionali».
Insomma, non sempre l’Ue è la risposta, ma spesso è imprescindibile. Anche a colmare i limiti degli accordi intergovernativi. Nel caso di Schengen, ad esempio, «è stata l’incompletezza istituzionale che non ha permesso di gestire il cambiamento imposto dalle circostanze esterne nel miglior modo possibile». Schengen ha eliminato le frontiere interne, ma non ha previsto un rafforzamento di quelle esterne, dettaglio divenuto cruciale nella crisi dei profughi: «Pertanto l’insorgere della crisi migratoria è stato percepito come una perdita di sicurezza destabilizzante». Ed è chiaro che la soluzione non può che essere europea.
Tonia Mastrobuoni
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