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Draghi: la stabilità? Essenziale per le riforme

La «libertà dall’emergenza», grazie anche al lavoro dei governi precedenti, e la durata dell’esecutivo, perché la stabilità «è essenziale per fare riforme ben disegnate». Ma anche l’essere «espressione diretta di una consultazione elettorale», e l’assenza di «problemi giudiziari» per i suoi ministri. Mario Draghi, ricorda i fattori che vent’anni fa consentirono al governo di Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi di entrare nell’euro e raggiungere in economia «risultati che non si sarebbero mai più ripetuti». Evita i riferimenti al presente, ma quella del presidente della Bce, nell’ex sala della Maggioranza del ministero del Tesoro, da ieri intitolata a Ciampi nel corso di una cerimonia cui ha partecipato anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, appare una riflessione sulle condizioni, e non sulle circostanze di un successo.

In quei due anni tra il 1996 ed il ‘98, ricorda Draghi davanti allo stesso Prodi, a Giorgio Napolitano, Giuliano Amato, Pier Carlo Padoan, Ignazio Visco, la signora Franca Ciampi, i figli dell’ex ministro e Presidente della Repubblica, e quasi tutti i protagonisti di quella stagione, «la crescita del prodotto interno lordo sfiorò i 3 punti e mezzo, anche per effetto della precedente svalutazione della lira, e contrariamente alle aspettative l’inflazione si dimezzò. Il rapporto tra il debito e il pil scese di quasi 6 punti, quello tra il deficit e il pil di 4 punti, l’avanzo delle partite correnti superò il 3% del prodotto. Una costellazione di risultati positivi mai più ripetuta» dice Draghi.

In gran parte merito di Ciampi, della sua «enorme credibilità internazionale», e del suo approccio alla politica economica, che per la prima volta assunse «un respiro di medio e lungo termine. Una caratteristica che fu considerata fondamentale nella valutazione dei requisiti per l’ingresso dell’Italia nell’euro» che Ciampi considerava indispensabile per recuperare la sovranità monetaria, anche se condivisa con altri stati membri» dice il presidente della Bce, allora direttore generale del ministero guidato da Ciampi. «Un uomo — ricorda Draghi — che senza mai dimenticare di affermare che lui non era un politico, ha restituito alla politica la sua dignità più alta».

E che accettò di fare un passo indietro, lui che era già stato presidente del Consiglio, dice Romano Prodi, «quando gli chiesi di far parte del mio governo». E che «quasi si sdegnò con me — racconta ancora — quando proposi il rientro in Italia dei Savoia, convinto che si dovesse ricostruire l’unità Italiana su altre basi, condivise. Il suo era un amore di altri tempi per l’Italia, cui univa quello per l’Europa nella migliore tradizione della politica italiana del dopoguerra. L’Unione — aggiunge Prodi — per lui era una spalla su cui poggiarsi, un modo per mettere l’Italia in sicurezza per sempre. Sapendo che l’Italia è credibile solo se rispetta gli impegni presi».

Giuliano Amato aggiunge un episodio inedito al ricordo del suo rapporto di amicizia con Ciampi, relativo alla famosa notte del prelievo del sei per mille sui depositi bancari. Il governo da lui guidato aveva giurato pochi giorni prima al Quirinale. L’Italia era sull’orlo del precipizio: «Il 9 settembre Helmut Schlesinger, governatore della Bundesbank, chiamò Ciampi, che era da me a Palazzo Chigi — ricorda Amato — per comunicargli che dal lunedì successivo non avrebbe più comprato lire contro marchi». Il governo si riunì d’urgenza e varò la manovra da 30 mila miliardi di lire: con l’aumento dell’età pensionabile, l’Ici, il prelievo sui depositi. «Il ministro Giovanni Goria avrebbe dovuto avvertirlo prima, ma per un equivoco tra me e lui, Ciampi non venne sentito. Fu l’unica volta — ricorda Amato — in cui ci siamo divisi».

Mario Sensini

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