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Draghi: la crisi non è ancora finita «Bce pronta contro il rischio deflazione»

La Banca centrale europea ha lasciato invariato il costo del denaro a quota 0,25%, il minimo storico dell’eurozona. Ma ha rafforzato l’orientamento espansivo della sua politica, dicendosi pronta a reagire «in modo deciso» a un ulteriore calo dell’inflazione nel medio termine o al rialzo dei tassi di interesse del mercato monetario. Di fatto, il presidente della Bce Mario Draghi, nel rafforzare ieri a Francoforte il «fermo» impegno per la forward guidance , l’orientamento di politica monetaria volto a mantenere i tassi di interesse costanti o al ribasso «fino a che sarà necessario», ha lasciato aperta la porta a un taglio del costo del denaro. O ad agire con «tutti gli strumenti» che rientrano nel mandato assegnato dal Trattato per contrastare un peggioramento della situazione.
Tuttavia per ora la Bce vede l’inflazione rimanere a questi livelli (anche il peggioramento del dato di dicembre, allo 0,8% è dovuto a un effetto di statistico dell’inflazione tedesca) «per un periodo prolungato di tempo», prima di tornare sotto al 2%. Ma ha spiegato che «non c’è deflazione» analoga a quella giapponese degli anni 90. Ma un calo prolungato dell’inflazione potrebbe mettere a rischio la ripresa.
D’altra parte, la crescita, prevista all’1,1% dallo staff della Bce, è in leggero miglioramento, ma continua a essere «debole e fragile». Pertanto, pur ammettendo che la fiducia sta gradualmente tornando, Draghi è rimasto «molto, molto cauto», dicendo che è «prematuro cantare vittoria» e sostenere (come fa invece Bruxelles), che il peggio è passato.
Inoltre, nel giorno in cui l’Istat ha diramato i nuovi dati di un rapporto tra il deficit e il pil (prodotto interno lordo) risultato pari al 3,7% nei primi nove mesi dell’anno (con un incremento di 0,3 punti percentuali rispetto ai primi 9 mesi del 2013) il presidente Draghi ha esortato i governi – e in modo appena velato, anche l’Italia, pur senza nominarla – a «non abbandonare gli sforzi compiuti in passato» sulla via del consolidamento. Il quale deve rimanere «favorevole alla crescita», migliorando anche «la qualità ed efficienza dei servizi pubblici, e riducendo al minimo gli effetti distorsivi della tassazione». Perché se accompagnati a riforme strutturali, questi provvedimenti sosterrebbero la ripresa.
Le parole di Draghi hanno contribuito a frenare l’euro a quota 1,3585, ma hanno perso quota anche le borse valori europee, e solo Milano, in controtendenza, ha guadagnato lo 0,34%, mentre lo spread fra Bund e Btp, dopo aver toccato un minimo di 193 punti base, è risalito a quota 200 punti base.
In vista dell’analisi approfondita dei bilanci (Aqr), in partenza a Francoforte, Draghi ha ribadito che i titoli statali delle banche saranno calcolati «a rischio zero», e che un eventuale cambiamento delle regole deve avvenire «a livello globale», attraverso il Comitato di Basilea. Tuttavia, non ha accennato all’eventuale stress, temuto dalle banche, cui i bond andranno incontro durante gli stress test, e ha rimandato per ulteriori dettagli alla fine di gennaio. Importante, fra l’altro, anche l’ammissione che l’analisi dei bilanci può ridurre la concessione dei crediti, ma aumenterà la fiducia e robustezza delle banche. Nel frattempo la Bce ha nominato i quattro direttori generali della nuova vigilanza: Stefan Walter (Ernst & Young), Ramon Quintana (Banco de Espana), Jukka Vesala (autorità di vigilanza finlandese), Korbinian Ibel (Cobank).

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