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Draghi: «Italia avanti con le riforme»

L’Italia dovrà fare le riforme economiche qualunque sia l’esito della crisi politica di questi giorni, ha sostenuto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che ha evitato di entrare in commenti specifici sulla situazione del sistema bancario italiano, ma è sembrato escludere un intervento del fondo salva-Stati europeo Esm.
«Le debolezze del sistema bancario italiano e dell’Italia sussistono da molto tempo – ha detto Draghi in conferenza stampa al termine delle riunione del consiglio della Bce – Quindi devono essere affrontate. Sono fiducioso che il Governo sa quali sono e che saranno affrontate». L’esito del referendum italiano, così come il voto britannico per l’uscita dall’Unione europea, la cosiddetta Brexit, e le elezioni presidenziali americane hanno provocato nei mercati finanziari una reazione molto meno forte di quella che ci si aspettava, ha osservato il banchiere centrale, anche se, nel caso della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, gli effetti si vedranno nel medio-lungo termine, ha detto.
È vero che ci troviamo in una situazione di «incertezza politica dominante», ha osservato, ma in cui ci sarà in Europa un calendario elettorale molto fitto (nel 2017 si vota in Francia, Olanda e Germania, oltre, forse, all’Italia), ma i Paesi che devono fare le riforme, ha detto in risposta a una domanda sull’Italia, «devono intraprenderle qualsiasi sia l’incertezza politica generale, perché il modo migliore per questi Paesi per affrontare quest’incertezza è ricreare la crescita, l’occupazione e la creazione di posti di lavoro».
La situazione politica mette sotto pressione anche la situazione delle banche, la più urgente della quali è quella del Monte dei Paschi, che ha presentato alla vigilanza della Bce una richiesta per poter allungare i termini della ricapitalizzazione oltre la fine di quest’anno. Il caso Mps, che è l’unica banca dell’eurozona ad aver fallito gli stress test condotti dalle autorità europee l’estate scorsa, era oggetto di discussione al Consiglio di vigilanza della Bce, riunito ieri e oggi a Francoforte. Draghi non ha voluto commentare il caso singolo, rimandando alla competenza della vigilanza, che è separata all’interno dell’istituto di Francoforte, anche se le decisioni finali devono sempre essere ratificate dal consiglio direttivo. Ha sostenuto di «non sapere molto» di una possibile richiesta italiana all’Esm per ottenere fondi per la ricapitalizzazione delle banche, ma ha citato lo statuto dell’istituzione secondo cui il suo intervento è possibile solo in mancanza di alternative con capitali privati o statali o per la rilevanza sistemica delle banche coinvolte.
Dalla situazione delle banche italiane, Draghi non vede pericoli per l’area dell’euro. «Il contesto è molto diverso da quello di cinque anni fa – ha affermato – i mercati finanziari e le istituzioni sono più forti di allora. I problemi urgenti devono essere affrontati con rapidità. Ma sono contenuti all’interno dei singoli Paesi».
In qualche modo, lo stimolo monetario della Bce può comunque servire a stabilizzare la situazione italiana. In risposta a un’altra domanda sul fatto che l’Italia dipenda dalle misure della Bce, Draghi ha detto che «la narrativa delle decisioni di politica monetaria è di mantenere lo straordinario grado di stimolo attuale. Il secondo scopo è di trasmettere il senso che la presenza della Bce sui mercati continuerà a lungo». Il banchiere centrale italiano ha tuttavia respinto le accuse, che gli vengono rivolte soprattutto in Germania, di favorire con le sue decisioni i Paesi del Sud Europa e in particolare l’Italia. «Le decisioni vengono prese dal consiglio per l’area dell’euro nel suo complesso per rispettare il mandato della stabilità dei prezzi e comunque non c’è nessun favoritismo», ha ribattuto.
Ancora una volta Draghi ha sostenuto la necessità di rispettare la disciplina dei conti pubblici contenuta nel Patto di stabilità per «costruire la fiducia reciproca» fra i Paesi dell’eurozona, ma ha ripetuto che si deve puntare a una politica fiscale «favorevole alla crescita», con meno spesa pubblica, meno tasse e più investimenti orientati ad aumentare la produttività.

Alessandro Merli

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