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Draghi indica la strada a Lagarde Avanti con l’aiuto all’economia

Mario Draghi sta completando il suo ultimo giro di pista con uno sprint, fra gli applausi, ma dà l’impressione di non essersi mai sentito così solo. Poche volte in passato il presidente della Banca centrale europea aveva raccolto tanti elogi come in questi mesi in tutta l’area euro, al punto da dover smentire un interesse per il posto di vertice del Fondo monetario internazionale. Ma proprio ora che sta per passare la mano alla francese Christine Lagarde, a fine ottobre, Draghi vive il tipico isolamento istituzionale di chi fra i governi non trova sostegno nel contrastare una recessione ormai vicina dell’industria manifatturiera.

Ieri il Consiglio direttivo della Bce, guidato da Draghi, ha mosso un passo deciso verso un nuovo pacchetto di misure di stimolo all’economia. È quasi certo che in settembre la banca centrale riduca ancora i tassi sui depositi, già oggi sotto zero, impegnandosi a non rialzarli a lungo; sembra probabile che riprenda persino a comprare titoli di Stato in più, oltre a quelli presenti per 2.600 miliardi di euro nei suoi bilanci. Ma lo farà mentre i principali governi di un’area euro divisa e in transizione stanno a guardare. Implicitamente, hanno delegato alla Bce il compito di assicurarli contro un torpore dell’economia che prosegue. Solo la Banca centrale per adesso sta stendendo una rete di sicurezza, mentre in autunno Donald Trump potrebbe annunciare dalla Casa Bianca nuovi dazi sull’auto europea.

Draghi ieri ha fatto sapere che una lunga lista di possibili misure entra ora in una fase di studio tecnico, per un primo varo verosimilmente in settembre. Lo ha fatto nel giorno in cui l’istituto Ifo di Monaco ha presentato un indice del clima per le imprese manifatturiere tedesche, definendolo «in caduta libera». Non è il primo segnale del genere. Il pessimismo dei manager del settore manifatturiero in Germania, Italia e in genere nell’area euro è in calo quasi ininterrotto dagli ultimi mesi del 2017. All’inizio del 2019 è sceso sotto la soglia che indica una vera e propria contrazione di quel settore produttivo.

Draghi ieri ha puntato su questo fenomeno, per sottolineare che l’inflazione rischia di restare troppo al di sotto degli obiettivi della Bce. «Non ci piace quel che vediamo e perciò siano determinati ad agire», ha detto l’italiano. Fra le ragioni del rallentamento ha citato «le guerre commerciali, le tensioni geopolitiche (cioè la minaccia di una crisi sull’Iran, ndr), il rischio di una hard Brexit», un’uscita traumatica e senza accordo della Gran Bretagna dall’Unione europea. Soprattutto ha fatto capire che i due principali Paesi manifatturieri d’Europa, Germania e Italia, sono colpiti da «choc specifici». È qui che Draghi ha incalzato soprattutto Berlino, ma non solo, a sostenere l’economia con una politica di bilancio espansiva. Non è la prima volta che il presidente della Bce solleva questo problema, ma non lo aveva mai fatto con questa forza e urgenza. «La politica monetaria della banca centrale ha già fatto molto – ha detto – ma, se la situazione continua, così la politica di bilancio diventa essenziale». Draghi non ha precisato se preferirebbe vedere più investimenti o tagli alle tasse. E benché abbia dato l’impressione di volersi rivolgere alla Germania, non ha aggiunto che invece il governo di Roma deve solo stringere la cinghia a causa dell’alto debito pubblico. In questa fase dalla Bce non c’è un invito all’Italia perché applichi politiche di bilancio restrittive, che peserebbero ancora di più su un’economia letargica. Draghi ieri ha però chiesto di «mantenere la credibilità sul mercato», dato che un’esplosione degli interessi sul debito può solo paralizzare la ripresa. Quanto a loro, gli investitori hanno reagito senza festeggiare. Né in Borsa né nel reddito fisso. Le loro speranze nel potere magico della Bce di aiutarli sono così vaste, che anche solo un rinvio a settembre può sembrare una doccia fredda.

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