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Draghi: il risanamento spinge l’export

Il presidente della Banca centrale europea ha accolto positivamente l’accordo che prevede il trasferimento della vigilanza bancaria dagli Stati membri all’istituto monetario di Francoforte in un anno, il 2012, che ha visto un «progresso notevole» nel rafforzare la zona euro. In un’audizione dinanzi al Parlamento europeo a Bruxelles, Mario Draghi ha anche espresso soddisfazione sull’idea di creare accordi di natura contrattuale tra gli Stati membri e le istituzioni europee e osservato come nei Paesi impegnati in riforme strutturali – Italia compresa – si comincino a intravedere i primi segnali positivi, soprattutto sul fronte delle esportazioni.
Nella sua presentazione davanti ai deputati, Draghi ha illustrato quelle che secondo lui dovrebbero essere le priorità del 2013. Da un lato, la zona euro deve continuare a integrarsi, utilizzando le regole finora già adottate e rafforzando la competitività dei Paesi. Dall’altro, l’Unione deve dotarsi di un’autorità unica per la risoluzione delle banche in crisi. Il banchiere centrale ha spiegato che questa nuova istituzione deve nascere in contemporanea con la messa a regime della vigilanza unica.
«Il meccanismo unico di sorveglianza bancaria contribuirà a riportare la fiducia nel settore bancario della zona euro», ha detto Draghi. «Consentirà di ridare fiato ai prestiti interbancari e ai flussi di credito transnazionali, con effetti tangibili per l’economia reale». La riforma bancaria – su cui si sono messi d’accordo i 27 e che deve ancora essere approvata dal Parlamento europeo – prevede che la Bce sorvegli direttamente circa 150 banche. Le restanti rimarranno sotto l’egida nazionale.
Consapevole delle critiche per un sistema duale che potrebbe contribuire a una segmentazione del mercato finanziario europeo, il banchiere centrale ha spiegato: «Il ruolo delle autorità nazionali diventa più grande quanto più le banche sono più piccole, ma tutte le autorità nazionali useranno lo stesso manuale di regole, così come deciso dal centro. La Bce potrà avocare a sé la vigilanza su qualsiasi banca». Molti osservatori tuttavia si chiedono quanto quest’ultimo aspetto sarà veramente praticabile.
Sempre riferendosi alla riforma bancaria, Draghi ha confermato che la Bce è pronta a mettersi al lavoro non appena il testo legislativo entrerà in vigore. Ha ammesso però che ci vorrà tempo perché l’istituto monetario sia pienamente operativo. La riforma prevede che la messa a regime venga completata entro marzo 2014. Dalla nascita della vigilanza unica dipende la ricapitalizzazione delle banche da parte del fondo Esm, essenziale per spezzare il circolo vizioso tra bilanci bancari e bilanci sovrani.
A questo riguardo il presidente della Bce ha chiesto ai governi di definire con “urgenza” la questione delle legacy assets, ossia di tutte quelle attività tossiche nate prima della vigilanza unica. Alcuni paesi, come la Finlandia, vogliono che la ricapitalizzazione non riguardi questi attivi. C’è da chiedersi quanto sia possibile tecnicamente suddividere le attività. Secondo le conclusioni del vertice della settimana scorsa questo spinoso problema deve essere risolto entro giugno 2013.
Durante la sua audizione, il presidente della Bce ha anche preso posizione sull’idea di vincolare gli stati membri ad accordi di natura contrattuale, così come emerso anche dall’ultimo vertice europeo. Ha parlato di «strada promettente» nel tentativo di rafforzare la competitività dei paesi dell’unione monetaria. Precisa su questo aspetto un dirigente europeo: «L’obiettivo è evitare un accento punitivo e far sì che i paesi si approprino delle riforme».
Infine, sulla scia della pubblicazione qualche giorno fa di una revisione al ribasso delle stime della Bce, Draghi ha preso atto della perdurante debolezza dell’economia europea, prevedendo «una ripresa molto graduale» solo «nella seconda parte dell’anno prossimo», pur notando un leggero miglioramento delle condizioni finanziarie. Il banchiere centrale ha messo l’accento sull’aumento dell’export in alcuni Paesi dal 2009 ad oggi: del 21% in Italia e del 27% in Spagna, a conferma che le riforme stanno mordendo.

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