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Draghi: ho firmato io le ispezioni Mps

C’era grande attesa per le parole di Mario Draghi sul Monte dei Paschi. E il presidente della Banca centrale europea, rispondendo alla domanda di un giornalista internazionale, ha sgombrato subito il campo ai dubbi emersi in questi giorni sul suo ruolo nella vicenda che ha varcato i confini italiani. «Ho firmato io le due ispezioni» sul Monte dei Paschi, ha affermato ieri Draghi nel corso della conferenza stampa al secondo piano della Eurotower, cogliendo l’occasione per entrare nella tema dei controlli effettuati presso Rocca Salimbeni quando era governatore di Bankitalia. E ha proseguito spiegando che, tuttavia, «se c’è una frode», Bankitalia «non ha poteri giudiziari o di polizia», e quindi non era in grado di scoprirla. Ciò non toglie che abbia agito «tempestivamente e in modo corretto», secondo la legislazione quadro e le norme di Basilea sulla vigilanza bancaria, e che il suo operato sia stato approvato anche dal Fmi, il Fondo monetario internazionale.
Certo che, ha aggiunto Draghi, «sarebbe stato d’aiuto», se la banca centrale avesse avuto più poteri, anche di valutare e di estromettere il management, anche se «con la frode» è tutto più difficile. Si tratta comunque di poteri rivendicati fin dall’inizio dalla Bce, e approvati nel quadro del regolamento europeo per l’autorità di vigilanza paneuropea dal Consiglio europeo a metà dicembre, ma ancora dibattuto fra i Paesi europei nel quadro del rapporto fra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, che deciderà entro marzo.
La bufera scatenata su Monte dei Paschi, giunge in un momento delicato nel processo di costituzione dell’autorità unica di vigilanza, e ha rinfocolato le critiche, soprattutto in Germania, per la potenziale perdita di credibilità della Bce e di un conflitto di interessi. E per questo, nel ribadire che la creazione della nuova autorità (nel marzo 2013) è un passo «cruciale», nella «reintegrazione» del sistema bancario, Draghi ha sottolineato che «è molto importante» che la governance del nuovo istituto sia «nettamente separato» dalle competenze di politica monetaria.
Nel frattempo, il quotidiano Wall Street Journal ha riportato che a fine 2011 Bankitalia ha concesso al Monte dei Paschi un prestito «di liquidità di circa 2 miliardi», rimasto segreto.
Un dettaglio non emerso nel corso della conferenza stampa-fiume, svoltasi al termine del Consiglio direttivo della Bce. Il quale, con decisione «unanime», ha lasciato invariato allo 0,75% il costo del denaro. Ma al contrario di dicembre Draghi ha lasciato aperte tutte le opzioni, in caso di peggioramento della crescita già «debole», e vista in ripresa a partire «dalla metà dell’anno», ma sulla quale pesano ancora «rischi al ribasso». Per questo è importante proseguire nelle riforme e nel risanamento dei conti, per rafforzare il potenziale di crescita. Per ora, la politica monetaria rimane ancora «accomodante» (espansiva), grazie al calo dell’inflazione – al 2% – e calerà sotto il target del 2% nei prossimi mesi.
Draghi inoltre ha apprezzato l’euro forte come un «segno di ritorno della fiducia», e ha spiegato che la Bce non persegue una politica del tasso di cambio, ma che il livello della moneta unica è importante per la crescita e la stabilità dei prezzi. E se l’incremento attuale dovesse essere duraturo, Eurotower dovrà valutare «se modificherà il giudizio dei rischi sulla crescita», che potrebbe emergere dalle nuove stime dello staff a marzo. Inoltre, ha ribattuto che la Bce è «indipendente» dalle pressioni politiche, ignorando la richiesta di maggiori controlli del tasso di cambio da parte del presidente francese Francois Hollande. Nonostante il «significativo miglioramento» in atto nei mercati, la situazione secondo Draghi rimane comunque «fragile», e si esprime attraverso i flussi di credito ancora «deboli», a causa soprattutto della scarsità della domanda. Inoltre, sull’annuncio di un accordo fra l’Irlanda e la Bce sui piani di rifinanziamento delle banche del paese, con rimborsi prorogati al 2053, Draghi è rimasto abbottonato, dicendo che «oggi ne abbiamo preso nota», ma rimandando «a tempo debito» il giudizio del Consiglio direttivo.

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