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Draghi guida la Bce alla svolta Ma per gli Stati «condizioni severe»

BRUXELLES — L’acquisto di titoli di Stato con scadenza fino a tre anni, per aiutare i Paesi in difficoltà, «non costituisce un finanziamento monetario agli Stati». Perciò è legittimo, non viola i trattati Ue, almeno secondo certe interpretazioni giuridiche. E la Banca centrale europea, «se e quando» sarà necessario, vi potrà ricorrere senza infrangere il proprio mandato, purché i governi ne facciano richiesta e rispettino precise condizioni.
Mario Draghi, presidente della Bce, anticipa così il suo piano anti-spread all’Europarlamento. Questo è il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, ma è soprattutto una scadenza che ha tenuto con il fiato sospeso i mercati e le capitali del continente: si delinea la proposta percepita da molti come la proverbiale uscita dal tunnel. Infatti le Borse reagiscono subito, e bene (Milano +1,1%). In serata però arriva il pronunciamento di Moody’s: il rating AAA della Ue viene confermato ma l’outlook passa da «stabile» a «negativo» sulla scorta degli outlook dei quattro Paesi tripla A, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia, che da soli valgono per il 45% del budget europeo.
Almeno ufficialmente, l’audizione di Draghi si svolge a porte chiuse, davanti ai soli eurodeputati della Commissione affari economici, senza registrazioni. Ma un’ora dopo, com’era quasi scontato vista la grande attesa, ciò che è stato appena detto trapela per vie ufficiose, e quasi testualmente. Draghi ha citato gli esempi di titoli circolanti sul mercato secondario con scadenze «fino a tre anni», secondo alcune fonti, o «al di sotto di un anno», secondo altre che parlano tedesco. Una differenza centrale. Infatti, quella illustrata dall’uomo dell’Eurotower è precisamente la proposta che tanta diffidenza suscita a Berlino. Acquistare i titoli più fragili vuol dire proprio arginare lo spread, la differenza di rendimento rispetto agli omologhi titoli tedeschi. Spagna e Italia, Draghi non l’ha detto ma tutti lo sanno, sono fra quei Paesi in crisi, e più fiduciosi nello «scudo». Ma altrove, e nella stessa Bundesbank — la banca centrale tedesca — c’è chi frena con forza. E anche qui, a Bruxelles, fra la trentina di domande che dai banchi degli eurodeputati hanno bersagliato il presidente della Bce, quelle dei tedeschi hanno avuto accenti particolarmente critici. Racconta per esempio Markus Ferber, del Partito popolare europeo (e della Csu in Baviera): «Sì, la Germania è, è stata e sarà preoccupata che con l’acquisto dei titoli non si finanzino gli Stati. Draghi ha escluso per certo che si parli di quelli a lungo termine, sul mercato primario. Ci sta benissimo. Ma quanto ai bond a breve, per noi significa: al di sotto di un anno». Berlino, dunque, diffida ancora. Anche se poi i suoi eurodeputati apprezzano il «no» ripetuto da Draghi alla concessione di una licenza bancaria per il fondo salva Stati Esm. Il capo dell’Eurotower ribadisce che l’acquisto di titoli da parte della Bce non minaccia i trattati, ma lo fa con parole molto caute: «Non sono un avvocato, però esistono interpretazioni dei trattati conformi a questa attività». E altre parole ancora, hanno per esempio colpito Mario Mauro, capogruppo del Ppe: l’appello a «ricostruire la zona Euro» perché vi sono troppe differenze fra i vari Stati, l’affermazione che l’euro è «irreversibile». Altri deputati sottolineano che ora il piano anti-spread (in votazione giovedì al direttivo Bce) è quasi un libro aperto, e ai super-critici non sarà facile un’opposizione pregiudiziale. Tante voci e tanti racconti irritano però Sharon Bowles, la britannica presidente della stessa Commissione: aver svelato le parole di Draghi, dice, è stato «un episodio molto brutto». I mercati, a parte quelli spagnoli zavorrati dalle troppe incertezze, non sembrano d’accordo: l’euro ha recuperato sul dollaro fino a quasi 1,26, in Italia lo spread è calato a 439 punti base. In netto calo anche i Btp a due e tre anni.

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