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Draghi contro gli Usa la guerra delle monete porta l’euro ai massimi

Una giornata di scambi di fuoco sulle valute tra il presidente della Bce Mario Draghi, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin e la direttrice del Fmi Christine Lagarde che provocano un’altalena del dollaro. E agli atti le dichiarazioni da Francoforte di Draghi, netto e duro come non mai, sulle parole usate il giorno prima da Mnuchin riguardo ai vantaggi di un dollaro debole per l’economia americana: « L’uso del linguaggio non riflette le intese concordate».
Tocca così a Donald Trump correggere in serata il tiro del suo stesso ministro che mercoledì aveva aperto un fronte di guerra valutario. « Il dollaro diventerà sempre più forte e alla fine io voglio vedere un dollaro forte», ha dichiarato il presidente americano in serata. E dopo una seduta sui mercati che ha visto l’euro sfondare 1,25 contro il dollaro, le affermazioni di Trump hanno schiacciato il biglietto verde sotto quota 1,24. Neanche le parole di Draghi, che aveva promesso nel pomeriggio un «monitoraggio » dei cambi e aveva stigmatizzato con inedita durezza la rottura della “ pax” valutaria che perdura dall’inizio della Grande crisi, avevano potuto fermare la corsa della moneta unica.
Ieri mattina ha cominciato Christine Lagarde a strigliare Mnuchin, un po’ come si fa con i bambini. « Spero davvero – ha detto la direttrice del Fmi in un’intervista aBloomberg – che il segretario al Tesoro Mnuchin abbia un’opportunità per chiarire esattamente ciò che ha detto » . Lui ha replicato in un briefing con i cronisti, senza battere ciglio, che il dollaro debole fa bene all’economia americana. Anche se ha articolato meglio la sua lapidaria frase di mercoledì che aveva precipitato il dollaro ai minimi da tre anni, aggiungendo qualche accademica considerazione sul «mercato liquido delle valute » che manovra le monete per fatti suoi e va bene così. Ma in serata, Trump ha specificato che Mnuchin non era stato compreso e che il dollaro «deve essere com’è, e dovrebbe anche riflettere la forza del Paese – e noi andiamo così bene » . Lo stesso Fmi ha sostenuto di recente che la riforma fiscale potrebbe mettere le ali alla valuta americana, grazie al rafforzamento dell’economia.
Mnuchin, invece, aveva persino sostenuto di voler cambiare rotta rispetto ai segretari al Tesoro che lo hanno preceduto. Ma il paradigma che rischia di saltare con una dottrina del dollaro debole non è solo quello del “dollaro forte” ripetuto formalmente dagli americani come un mantra sin dall’era Clinton. Washington rischia di rompere una tradizione ben più importante, di stracciare un accordo reiterato in tutti i consessi internazionali, precipitato in tutti i comunicati dei G7 e dei G20 dall’inizio della Grande crisi, rinsaldato da un consenso di ferro tra i principali banchieri centrali del mondo.
Niente guerre delle valute, è stata questa l’intesa di ferro che ha retto per l’intero decennio della Grande crisi.
Con la corsa a schiacciare le monete nazionali per spingere l’export si rischierebbe un bagno di sangue sui mercati e conseguenze pesanti per le economie. Ma si sa, per il presidente americano il contesto internazionale conta poco. Nella filosofia dell’”America first”, indebolire il dollaro è perfettamente coerente con l’obiettivo diridurre il deficit commerciale, mettendo il turbo all’export.
Così, da Francoforte, la battaglia delle parole ha suscitato ieri una reazione inusitatamente esplicita e durissima di Mario Draghi. Dopo il consiglio direttivo, il presidente della Bce ha avvertito che « la recente volatilità nei tassi di cambio rappresenta una fonte di incertezza che richiede un monitoraggio, con riferimento alle sue implicazioni possibili per la stabilità dei prezzi». Un euro forte rischia di indebolire ulteriormente l’inflazione e, imbrigliando l’export, potrebbe anche produrre un freno alla forte crescita dell’eurozona. Draghi ha riferito dunque di una riunione del Consiglio in cui «molti esponenti hanno espresso la loro preoccupazione » sulla guerra verbale avviata da Washington. E si tratta «di una preoccupazione che va al di là del tasso di cambio, che riguarda in generale lo stato delle relazioni internazionali ».
Del resto Washington rischia di essere l’elefante nella cristalleria di questa delicata fase per la Bce. Che cerca di tenere conto dell’impazienza dei “falchi” che, guardando alla robusta crescita, vorrebbero uscire velocemente dalla fase emergenziale e dal Quantitative easing dei 30 miliardi di euro di acquisti di titoli ogni mese che proseguiranno fino a settembre. Ma che deve anche dar retta alle “ colombe”, ai banchieri centrali preoccupati per l’inflazione ancora debole che temono picchi nei rendimenti e invitano dunque alla cautela nella ‘ normalizzazione’ delle politiche monetarie.
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