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Draghi: fuori dalla recessione più lentamente degli altri Paesi

di Roberto Bagnoli

ROMA -Mentre aumentano le quotazioni per la candidatura di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea, il governatore torna a insistere sulla crescita, «che non è un esercizio retorico» , come elemento chiave per il futuro del nostro Paese. In un convegno a Palazzo Koch su "Europa 2020, quali riforme strutturali per l’Italia", Draghi si mostra molto preoccupato sulla «lentezza dell’uscita dalla recessione» , sul volume del debito pubblico «salito in tre anni di 15 punti di Pil» , sulle scarse prospettive per i giovani. I motivi di questo allarme, annota, sono «gli stessi di cinque anni fa nelle mie prime Considerazioni finali» . A distanza di pochi giorni dall’approvazione del Piano nazionale per le riforme e dai decreti a favore di Parmalat, le parole di Draghi non sembrano in armonia con l’azione di governo. Alcune ore prima il ministro del Tesoro Giulio Tremonti, parlando all’assemblea dei geometri, aveva espresso una posizione più ottimistica notando che «sui conti pubblici non siamo messi così male anche se gli italiani hanno la tendenza ad autopenalizzarsi» . Pur riconoscendo al governo la tenuta dei conti pubblici con un «deficit nettamente inferiore al valore medio dell’area, anche grazie alla solidità finanziaria delle famiglie e al sistema bancario» , Draghi continua la sua amara analisi notando che «i governi e i parlamenti nazionali sono i legittimi depositari delle scelte politiche rilevanti» , mentre l’intervento comunitario può spronarli ma non sostituirli. «Dobbiamo essere consapevoli che sui punti deboli dell’economia non ci sono scorciatoie» avverte riferendosi alle spese in ricerca e sviluppo -che devono essere fatte dalle imprese e non con sussidi pubblici -, all’aumento della povertà, alla scarsa competitività del sistema produttivo. In quest’ultimo passaggio, pur senza citare il caso Lactalis, il governator e o s s e r v a c h e «l a competitività delle imprese non si accresce con sostegni a difesa della concorrenza» ma adottando «una attenta regolamentazione pro-competitiva» . Di queste cose è importante discutere, continua il governatore nella parte finale del suo intervento, perché si aiuta a coagulare il consenso sulle riforme i «cui costi sono immediati e concentrati su poche categorie organizzate mentre i benefici sono distribuiti e di lenta percezione» . Da dove partire? Il governatore suggerisce di guardare alle tante imprese dinamiche, alle amministrazioni che innovano, ai giovani con un capitale umano di eccellenza mondiale. «Spetta a coloro che a vario titolo gestiscono la politica economica compiere il primo passo poggiando su analisi documentate e trasparenti» . Sulle parole dell’inquilino di Palazzo Koch si trova d’accordo anche il numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia che da tempo batte sul tasto della crescita. «È troppo tardi» , afferma, «tornare ai livelli di crescita del Pil del 2007 solo nel 2014» come si legge nel programma economico di governo. «Quest'anno cresceremo probabilmente intorno all'1%, la Germania al 3%, la media europea sarà intorno all'1,8%» , conclude la Marcegaglia. I dati sulla crescita li aveva mostrati anche Draghi proprio per aprire il suo discorso sulle riforme. «Negli anni Ottanta l’economia italiana è cresciuta del 25%, negli anni Novanta del 16%e tra il 2000 e il 2007, prima della crisi è cresciuta del 7%contro il 14%di eurolandia» . Nel biennio 2008-09 la crisi «ci ha tolto 6,5 punti di Pil mentre gli altri Paesi dell’area euro perdevano il 3,5%» . Un divario che perdura anche nella fase di ripresa. Mentre in Italia si discute sulle riforme i bookmakers inglesi, dopo l’assist pubblico del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, danno Draghi come favorito al vertice della Bce. Ieri la sua quotazione è scesa a 1,35 da 1,60 del giorno prima.

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