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Draghi frena il fronte del Nord: niente stretta

Gran schieramento, ieri, di banchieri centrali per parlare di politica monetaria. In testa, Mario Draghi, il quale ha voluto bloccare le speculazioni sulla fine anticipata dello stimolo all’economia condotto dalla Bce. In una conferenza a Francoforte, ha chiarito che, a differenza di quanto sospettavano certi osservatori, non c’è da aspettarsi alcun genere di modifiche il prossimo autunno. Punto.

Sarà deluso il governo tedesco, che sperava in un rialzo dei tassi d’interesse o almeno in un segnale di cambiamento di stagione monetaria appena prima delle elezioni in Germania il 24 settembre. Fatto sta che l’orientamento del presidente della Banca centrale europea è questo, anche se altri governatori sembrano più flessibili. L’euro ha reagito indebolendosi.

Draghi ha constatato che sì, l’economia dell’area euro sta guadagnando velocità. «Ma — ha aggiunto — non abbiamo ancora prove sufficienti che ci permettano di cambiare la nostra valutazione sulle prospettive dell’inflazione»: ora, «una rivalutazione del nostro orientamento di politica monetaria non sarebbe adeguata». Qui, Draghi ha introdotto un elemento nuovo importante, l’indivisibilità della politica monetaria. «Prima di modificare qualsiasi componente del nostro orientamento — tassi d’interesse, acquisti di titoli, forward guidance – dobbiamo essere sufficientemente sicuri che l’inflazione converga davvero verso il nostro obiettivo e riesca a rimanere a questi livelli anche con minore sostegno».

Il presidente della Bce ha spiegato che i tre pilastri della politica monetaria in corso sono un pacchetto unico, non possono essere smantellati in sequenze casuali, rinunciare a uno indebolirebbe gli altri. Dunque, il programma di acquisti di titoli — 60 miliardi al mese — andrà avanti almeno fino a fine anno. I tassi non saliranno prima di allora. E non cambierà la forward guidance, cioè la frase di avvertimento ufficiale della Bce per la quale i tassi resteranno «ai livelli attuali o inferiori per un periodo di tempo esteso e ben oltre l’orizzonte del nostro programma di acquisti netti» sui mercati, cioè non prima del 2018. Non è il momento di cambiare nulla.

Per motivare la conferma del suo orientamento, Draghi nota che l’inflazione non si avvierebbe verso l’obiettivo di quasi il 2% se venissero meno le misure messe in atto dalla Bce. È che non si manifestino ancora i cosiddetti effetti secondari sull’aumento dei prezzi, in particolare la crescita dei salari, «ben al di sotto delle medie storiche», a causa di una disoccupazione ancora alta che influenza le dinamiche della contrattazione e di un contributo dell’inflazione alla crescita dei salari inferiore alle medie del passato.

In un discorso a Berlino, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha riconosciuto che occorre avere l’inflazione come riferimento. Ma ha aggiunto che sarebbe «legittimo» normalizzare in fretta la politica monetaria perché gli effetti negativi dei tassi bassi stanno aumentando e perché i governi non fanno quello che dovrebbero. Dal 2007 a oggi, ha detto «gli Stati dell’eurozona hanno risparmiato almeno mille miliardi in tassi. Questi risparmi però non sono stati usati per ridurre i debiti pubblici ancora troppo alti. Al contrario, spesso le spese sono aumentate».

Sempre ieri, il vicepresidente della Bce Vitor Constancio e il capo economista Peter Praet hanno invece sostenuto, in linea con Draghi, che anche solo parlare di rialzo dei tassi produrrebbe l’effetto di indebolire lo stimolo degli acquisti di titoli in corso sui mercati finanziari. Il pacchetto è trino ma uno.

Danilo Taino

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