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Draghi: Europa, serve più integrazione Possibili tassi bassi anche oltre il 2017

Discorso di Mario Draghi molto politico, ieri. Come capita spesso da qualche tempo. Per ribadire che la politica monetaria e la Banca centrale europea hanno fatto quello che dovevano e potevano: i governi no. A questo punto è la politica che deve prendere le redini della situazione ma l’idea che uscire dalla moneta unica sia una soluzione è un’illusione che provocherebbe regresso economico. L’eurozona è di fronte «al momento della decisione». Il presidente della Bce parlava a Lubiana, in Slovenia, Paese membro dell’euro. Ha usato l’occasione per sostenere l’importanza della moneta unica e per affermare che i governi sapevano cosa avrebbero dovuto fare per adeguarsi a essa quando vi aderirono: molti però non l’hanno fatto e il risultato sono le difficoltà e le angosce dell’eurozona oggi.

Il discorso è stato particolarmente sincero. Draghi non ha nascosto la crisi e i rischi che corre l’Europa in questo momento. E li ha attribuiti a ciò che non è stato fatto: c’erano quattro cardini ineludibili a conoscenza di tutti affinché l’euro avesse successo, sono stati trascurati o addirittura rifiutati. Dopo l’entrata in vigore della moneta unica nel 1999, «sappiamo la storia che è seguita — ha sostenuto —. Il rallentamento delle riforme strutturali, l’annacquamento del Patto (di Stabilità, ndr), la fragilità dell’integrazione finanziaria e la sottostante divergenza tra Paesi che ne è risultata». Colpa dell’euro? No, dice Draghi. «Le autorità nazionali sapevano cosa dovevano fare: la valuta non poteva proteggerle dalle loro decisioni sulle politiche». Un atto d’accusa e un invito a cambiare marcia. In mancanza di un’integrazione economica totale, l’euro aveva bisogno di un’àncora che lo tenesse assieme, il Patto di Stabilità. Per rispettarlo, occorrevano riforme strutturali per rendere competitive le economia — e qui il presidente della Bce ha citato il caso positivo della Germania che le ha fatte —. In molti casi, invece, non sono state realizzate e il Patto stesso è stato diluito. In più, l’integrazione del mercato europeo non è andata avanti. Il risultato sono le divergenze tra economie che vediamo oggi. Ma se qualche capitale crede che uscire dall’euro e svalutare sia la soluzione sappia che, «se un Paese ha una crescita della produttività bassa a causa di problemi strutturali radicati, il tasso di cambio non può essere la risposta».

Ieri è anche stato pubblicato il bollettino economico della Bce, meno politico. Vi si dice che i tassi d’interesse resteranno ai livelli attuali o più bassi «per un periodo prolungato di tempo» e forse dopo il 2017: le pressioni inflazionistiche rimangono deboli. La Bce è poi pronta a aumentare «in quantità e durata» il suo programma di «quantitative easing», se necessario. E avverte che il protezionismo è un rischio per la crescita economica.

Danilo Taino

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