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Draghi e le Omt, quando le parole pesano più dei fatti

Venerdì sera a Mosca, prima della fine della cena di lavoro del G-20 a Palazzo Pashkov, Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, e Mark Carney, il governatore della Banca d’Inghilterra, si sono eclissati con discrezione per darsi appuntamento al bar del Ritz-Carlton, dove entrambi erano alloggiati. La lunga e fitta conversazione fra i due banchieri centrali si è conclusa solo quando è arrivato a salutarli, a cena finita, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann.
Draghi e Carney avevano sorpreso i mercati finanziari, giusto due settimane prima, con l’annuncio dell’adozione della “forward guidance”, un’indicazione sul futuro della politica monetaria: la prima novità dell’era Carney, l’ultima di una serie dell’era Draghi. E se Carney ha replicato quanto aveva già fatto alla guida della Banca del Canada, Draghi ha deviato dal motto del suo predecessore, Jean Claude Trichet, che egli stesso aveva fatto suo: «Non ci impegniamo mai in anticipo» sull’andamento dei tassi d’interesse. Nell’occasione, il presidente della Bce ha invece affermato che i tassi resteranno agli attuali livelli bassi, o ancor più bassi, per un lungo periodo di tempo. E ha rafforzato così la sua reputazione di banchiere centrale che, quando le circostanze lo richiedono, è disposto a deviare dalle pratiche consolidate per battere nuove strade.
La dimostrazione più clamorosa della sua capacità di innovare, Draghi l’ha data però giusto un anno fa, il 26 luglio, quando davanti a una platea della City di Londra sull’orlo di una crisi di nervi per lo spettro dello sgretolamento dell’unione monetaria, con i tassi sul debito decennale della Spagna sopra il 7,5% e quelli dell’Italia a sfiorare la soglia cruciale del 7, pronunciò la frase destinata a restare nella storia della Bce, aggiungendo un inciso dal significato potente al discorso che si era preparato. «Faremo tutto il necessario», per salvare l’euro, disse Draghi, aggiungendo in tono quasi minaccioso, «e, credetemi, sarà sufficiente». Il senso del proclama di Londra si chiarì meglio quando alla riunione del consiglio di settembre, la Bce annunciò il piano Omt (Outright monetary transactions) per l’acquisto, potenzialmente illimitato, di debito dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà. In cambio, i Paesi avrebbero dovuto sottoscrivere con i partner europei un programma di risanamento dei conti e di riforme economiche.
È anche grazie a quel discorso, e a quella decisione, se l’atmosfera al bar del Ritz-Carlton di Mosca era assai meno tesa che in quei giorni di fine luglio 2012. I timori di una frattura irreparabile dell’euro sono stati dissipati, i rendimenti del debito spagnolo erano ieri al 4,67%, quelli italiani al 4,36. Con un’esagerazione insolita per un soggetto che ama tenere un basso profilo, Draghi ha definito la decisione sull’Omt «la misura di politica monetaria di maggior successo in tempi recenti».
Per una misura che ha indubbiamente avuto un effetto positivo così importante, è curioso che si tratti di un intervento ancora mai applicato, nel quale l’effetto annuncio ha fatto premio sull’attuazione. Draghi probabilmente si augura di non doverlo mai utilizzare, un arsenale nucleare che serva da deterrente. E del quale peraltro, come delle armi atomiche al tempo della guerra fredda, si conoscono solo alcune delle caratteristiche: sarà impiegato sul mercato secondario, per dribblare le accuse di finanziamento diretto dei Governi, e solo su titoli con scadenza inferiore a tre anni.
Le principali condizioni sono ben chiare: la necessità di aver sottoscritto prima un programma economico e di aver riguadagnato l’accesso ai mercati. L’una e l’altra rendono l’effettivo uso dell’Omt più arduo, anche nel caso che se ne presentasse il bisogno in un’emergenza. La prima costituisce un forte disincentivo per i Governi che devono richiederlo, alzandone il prezzo politico (tanto che la Spagna, e anche l’Italia, che se ne sarebbero avvantaggiate, hanno evitato di farlo). La seconda presta l’ombrello quando ha smesso di piovere, per parafrasare l’attitudine attribuita ai banchieri: il Portogallo, che fino a qualche settimana fa, prima della recente crisi politica, sembrava un buon candidato ad avvalersi dell’Omt, ora difficilmente sarà in grado di farlo, in quanto il suo ritorno sui mercati è quanto meno dubbio. Qualcuno, come l’economista di Morgan Stanley, Joachim Fels, si spinge a dire che l’Omt è morto.
Resta poi sospesa, almeno fino a dopo le elezioni in Germania del 22 settembre, la spada di Damocle della sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità dell’Omt. La Corte ha raccolto dalla Bundesbank il testimone dell’opposizione al piano e, anche se non è attesa una sua bocciatura, la sola imposizione di limitazioni potrebbe condizionarne l’efficacia.
Un anno dopo, alle prese con un problema diverso, quello di un’inflazione tenacemente bassa, un’economia dell’Eurozona impanatata nella recessione, e un indesiderato rialzo dei rendimenti a causa dell’annunciata stretta della Federal Reserve, la Bce di Draghi ha risposto con un’altra innovazione: in fondo allo stesso modo, con un intervento verbale, quello della forward guidance, senza azione immediata. Una dichiarazione lasciata intenzionalmente vaga, con la possibilità, come nel caso dell’Omt, di precisare alcuni dettagli in seguito se ce ne sarà il bisogno. Ma gli interventi verbali funzionano se il messaggio è univoco. Qui gli stessi membri del consiglio esecutivo, il circolo più ristretto intorno a Draghi, hanno contribuito alla cacofonia. Per non parlare del solito Weidmann, che ha detto semplicemente che non è cambiato nulla.
L’emergenza potenzialmente letale di un anno fa sarà stata superata, ma non è ancora detto che Draghi non sia chiamato a passare dalle parole ai fatti.

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