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Draghi: “Deflazione sconfitta Per la ripresa salari più alti”

Nel secondo anniversario dell’avvio di quel “quantitative easing”, il piano di acquisti di titoli privati e pubblici su larga scala, che gli ha attirato valanghe di critiche dai “falchi” nordeuropei, Mario Draghi ha tenuto il punto. Nonostante quella e le altre misure della Bce abbiano dato frutti consistenti — ieri la banca centrale ha rivisto in meglio le stime su andamento dei prezzi e Pil e il presidente ha ricordato che le sue mosse valgono un 1,7% di crescita e altrettanto di inflazione in più tra il 2016 e il 2019 — e il ritmo dei rincari abbia raggiunto a febbraio per la prima volta da anni la soglia del 2%, il banchiere centrale ha deluso chi si aspettava un riferimento alla fine degli acquisti straordinari. O persino un qualsiasi cenno a un orizzonte rialzista sui tassi: «Rimarranno all’attuale livello o più bassi per un prolungato periodo di tempo». Gli acquisti dei bond, poi, continueranno come previsto al ritmo ridotto di 60 miliardi di euro al mese, ma, «se necessario», quel ritmo sarà aumentato.
Leggendo le parole di Draghi tra le righe si coglie qualche elemento di novità che fa presagire la fine di quella “war room” in cui si è trasformata la Bce dall’inizio della Grande crisi. Nel consiglio direttivo di ieri, ha ammesso, si è discusso dell’eventualità di togliere il riferimento a tassi «più bassi» in futuro. Il rischio di una deflazione, il più grande nemico dei banchieri centrali, che si era sfiorata negli anni scorsi, «è ampiamente scongiurata». Però, anche se i prezzi saliranno dell’1,7% invece dell’1,3% pronosticato a dicembre e la crescita sarà dell’1,8% e non dell’1,7%, Draghi ha ricordato che l’inflazione è spinta soprattutto dal picco del petrolio e dei beni alimentari. Finché non ci sarà una spinta consistente da aumenti dei salari, ha spiegato, l’inflazione non si può considerare solida. Insomma, frutto della ripresa e non di decisioni politiche dell’Opec che spingono sul petrolio.
Alla vigilia di un G20 a Baden Baden che si preannuncia difficile, alla fine della prossima settimana, Draghi ha anche ricordato che la collaborazione tra le principali banche centrali che ha consentito di parare i colpi più duri della Grande crisi. «L’impegno a non intraprendere una svalutazione competitiva» ha aiutato la crescita globale. Il rischio è invece che la volontà di Trump di indebolire il dollaro faccia divorziare le principali banche centrali del mondo. Quanto alle bordate di Washington contro il gigantesco sovrappiù commerciale della Germania, Draghi ha segnalato l’intenzione di difendere Berlino: «Il Tesoro americano ha escluso in un documento del 2014 che la Germania manipoli la moneta».
In un periodo pieno di incognite sul futuro dell’euro, Draghi ha ribadito che è «irrevocabile» e ha ricordato che «la Brexit, il referendum in Italia, le elezioni americane dimostrano che anche se alcuni rischi si sono materializzati, non hanno avuto un impatto significativo».

Tonia Mastrobuoni

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