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Per Draghi e Bankitalia l’euro può durare solo se l’eurozona diventerà uno stato federale. Bel sogno, ma pieno di ostacoli

«Una moneta senza Stato può durare fino a un certo momento, ma poi c’è bisogno di uno Stato e di un’unione di bilancio». Così Vincenzo Visco, governatore della Banca d’Italia, durante un incontro con i media di qualche giorno fa per fare il punto sulla politica monetaria della Bce. Su quest’ultima, ha aggiunto: «È l’unica banca centrale federale di un insieme di paesi che non ha una struttura federale». Tuttavia, secondo il resoconto Reuters dell’incontro, per Visco l’impatto della pandemia sui paesi dell’Unione europea «in parte, sta spingendo in quella direzione».

Il governatore di Bankitalia è da sempre un convinto europeista. Ma poiché l’euro-moneta-senza-Stato è una tesi cara agli euroscettici, per sgomberare il campo da equivoci Reuters ha precisato che la dichiarazione di Visco richiama le parole pronunciate dal premier Mario Draghi al Senato, quando ha detto che sostenere il suo governo «significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata, che approderà a un bilancio pubblico comune».

Quella in Senato non è stata la prima volta in cui Draghi ha prospettato la necessità di un bilancio unico europeo. Il 30 settembre 2019, poco prima che scadesse il suo mandato alla guida della Bce, disse al Financial Times: «Dal 2014 ho parlato di politica fiscale come necessario completamento della politica monetaria. Ora la necessità è più urgente di prima. La politica monetaria continuerà a fare il suo lavoro, ma gli effetti collaterali negativi sono sempre più visibili. Finora abbiamo fatto abbastanza? Sì, e possiamo fare di più». Cosa manca? «La risposta è la politica fiscale, questa è la grade differenza tra Europa e Stati Uniti».

Nel ribadire quella convinzione, con il discorso in Senato Draghi ha svelato la sua determinazione ad operare in prima linea, nella politica europea, affinché all’euro e alla Bce si affianchi un bilancio unico europeo, con una politica fiscale comune, un passaggio obbligato per arrivare poi all’Europa come Stato federale. Un programma a dir poco rivoluzionario, che dovrà fare i conti con l’inevitabile opposizione della Germania ordoliberista, da sempre contraria alla messa in comune dei budget nazionali, men che meno dei debiti altrui.

Non è la prima volta, tuttavia, che Draghi convince la Germania a correggere il tiro. È stato così con il Quantitative easing, contro il quale si è mossa per due volte la Corte costituzionale tedesca, e non stupirebbe che lo facesse per la terza volta. Tuttavia, Draghi ha fatto chiaramente intendere che la riscrittura e l’approvazione del suo Recovery Plan devono essere viste come un precedente determinante per la creazione di un bilancio comune e permanente dell’eurozona, finanziato con un meccanismo di indebitamento comune, la cui solvibilità sarà garantita congiuntamente dagli Stati membri. Dunque, un’unione di trasferimenti che possa redistribuire risorse, come avviene all’interno degli Stati nazionali tra regioni ricche e regioni povere, con una prospettiva più ampia rispetto al superamento della pandemia, che limita al 2026 i progetti del Next Generation Ue, ma si proietta fino al 2030 e al 2050 per realizzare i progetti Ue più ambiziosi, come l’emissione zero di anidride carbonica.

Non sfugge, tuttavia, che questi progetti rischiano di restare sulla carta per l’esigua quantità dei mezzi (i 750 miliardi del Recovery Plan sono poca cosa rispetto al fabbisogno), oltre che per le condizionalità sui finanziamenti, sui quali rischiano di avere più voce in capitolo gli euroburocrati di Bruxelles rispetto ai 27 governi Ue e al Parlamento europeo. Un groviglio di problemi istituzionali e politici, con i quali Draghi dovrà misurarsi, e trovare alleati, se vorrà dare un seguito al proposito di affermarsi come «riformatore dell’Europa», così come lo è stato per la politica monetaria della Bce. L’Europa federale che lui auspica, interprete di un europeismo condivisibile, rischia, infatti di restare un bel sogno se il funzionamento dell’Unione europea rimarrà quello, pessimo, che abbiamo conosciuto di fronte alla pandemia.

In proposito, basta ricordare le profonde divisioni con cui si è arrivati, ieri, al vertice  dei capi di governo dedicato al ritardo dei vaccini. Di fronte alle mancate consegne di centinaia di milioni di dosi da parte delle aziende di Big Pharma, con ritardi dovuti all’imperizia con cui l’euroburocrazia di Ursula Von der Leyen ha stipulato i contratti, i capi di governo da un lato e il Parlamento europeo dall’altro hanno assunto posizioni opposte, del tutto inconciliabili. Cento eurodeputati hanno firmato una lettera alla Commissione Ue e agli Stati membri per «obbligare» le aziende Big Pharma a condividere i loro brevetti per garantire la produzione e la distribuzione dei vaccini a tutti i paesi, sia ai più poveri che ai paesi Ue.

Più prudente, di fatto antitetica, la posizione assunta dal Consiglio dei capi di governo e dalla Commissione Ue, che nella bozza di dichiarazione finale hanno scelto «la via della cooperazione con Big Pharma, rispetto alla coercizione», convinti di poter accelerare la produzione dei vaccini, adattandoli alle nuove varianti se necessario, previa la messa a disposizione di stabilimenti ad hoc in alcuni Stati, Italia in testa, nei quali le aziende che hanno i brevetti dei vaccini dovrebbero accettare di trasferire la loro tecnologie, ma senza la cessione obbligatoria del brevetto.

Una linea che lascia il pallino in mano a Big Pharma, scontenta il Parlamento europeo e, qualora si rivelasse inascoltata da Big Pharma e sterile di risultati, rischia di dare via libera al «fai da te» negli acquisti dei singoli Stati e delle Regioni europee più ricche.

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