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Draghi: in autunno la decisione sul Qe

Tutto fermo. E ogni decisione rinviata ad autunno. Il Consiglio della Banca centrale europea non solo ha lasciato invariata la politica monetaria, come previsto, ma nella sua riunione di ieri non ha neppure cominciato la discussione su tempi e modi della rimozione dello stimolo monetario a partire dal prossimo anno. Anzi, «all’unanimità» ha evitato di fissare una data per annunciare eventuali cambiamenti. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha parlato genericamente di «autunno», che potrebbe voler dire il 7 settembre, come si attendevano finora a maggioranza i mercati finanziari, ma anche il 26 ottobre, che appare oggi più probabile. La Bce si tiene la mani libere su tutto, e Draghi ha tenuto a far notare, a fronte dell’obiezione che presto potrebbero scarseggiare i titoli da acquistare, che ha sempre dimostrato di saper trovare la flessibilità necessaria per agire.
L’economia dell’Eurozona si rafforza. «Dopo molto tempo – ha detto Draghi – stiamo finalmente vedendo una ripresa robusta, in cui dobbiamo solo aspettare prima che salari e prezzi si muovano verso il nostro obiettivo». Ma il banchiere centrale italiano ha tenuto a ribadire che il mandato della Bce non è la crescita o l’occupazione, ma la stabilità dei prezzi e «l’inflazione non è dove vogliamo che sia». A giugno era all’1,3%, lontana dall’obiettivo di stare sotto, ma vicino al 2%, e nei prossimi mesi è probabile che resti attorno ai livelli attuali, secondo la Bce. «Siamo fiduciosi, ma ancora non ci siamo», ha insistito il capo dell’istituzione di Francoforte, convinto che i fattori che rallentano l’adeguamento di prezzi e salari siano temporanei, anche se stanno richiedendo tempo.
La Bce quindi, prima di muoversi, ha bisogno di «più informazioni», che arriveranno tra l’altro con le nuove previsioni macroeconomiche dello staff in tempo per la riunione di settembre. Draghi ha però indicato che il Consiglio non ha ancora dato mandato ai comitati tecnici (composti da personale della Bce stessa e delle banche centrali nazionali) di studiare le opzioni per l’uscita dalla stimolo monetario. A Francoforte, peraltro, questa analisi è già cominciata.
La grande cautela di Draghi è stata ispirata anche dalla brusca reazione dei mercati finanziari al suo discorso di Sintra a fine giugno, che era stato letto dagli investitori some un’accelerazione sulla strada della normalizzazione della politica monetaria e aveva causato un rialzo dell’euro e dei rendimenti sui titoli di Stato dell’Eurozona. Il presidente della Bce ha voluto sottolineare che quel che ha detto a Sintra non è molto diverso da quello che ha detto ieri e il mese scorso dopo la riunione di Tallinn e ha ripetuto le espressioni usate al forum annuale nella cittadina portoghese: fiducia «nella forza e nella potenza» della politica monetaria, ma soprattutto persistenza e prudenza, cui ha aggiunto ieri pazienza, un altro messaggio teso a raffreddare le acque. «L’ultima cosa che il Consiglio vuole – ha affermato infatti Draghi – è una restrizione indesiderata delle condizioni finanziarie, che rallenti o metta in pericolo la ripresa». È quello che avvenne nel 2013, quando la Federal Reserve indicò per la prima volta l’intenzione di uscire dalla politica di stimolo.
Anche per questa ragione, ha spiegato Draghi, è stato deciso di mantenere, nella dichiarazione introduttiva, la possibilità di aumentare di nuovo, in volumi o in durata, il programma di acquisto di titoli (il Qe), oggi di 60 miliardi di euro mensili, almeno fino al dicembre prossimo, qualora la situazione dovesse peggiorare. Possibilità al momento teorica, dato che la ripresa va rafforzandosi e ampliandosi.
Su almeno un punto, però, la linea morbida di Draghi e del Consiglio non sembra aver fatto presa sui mercati. All’osservazione che il rialzo del cambio «ha ricevuto qualche attenzione» nel corso della riunione, ma senza alcuna indicazione esplicita che si tratti di un movimento sgradito, i mercati valutari hanno risposto con un altro apprezzamento dell’euro. Non è chiaro come la Bce possa rispondere in caso di ulteriore rafforzamento della moneta, che finirebbe per introdurre appunto una restrizione non voluta nelle condizioni finanziarie e raffreddare ancor di più l’inflazione.

Alessandro Merli

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