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Draghi «archivia» il taglio dei tassi

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, predica pazienza. L’economia dell’area euro si rafforza, secondo le nuove proiezioni della Bce pubblicate ieri e, tenendo conto della revisione al rialzo del dato del primo trimestre allo 0,6%, può crescere del 2% quest’anno, secondo Draghi. Ma l’inflazione, ora stimata all’1,5% per il 2017, resta lontana dall’obiettivo e addirittura più bassa di quanto si prevedesse tre mesi fa. Pesa il fatto che, nonostante il calo della disoccupazione ufficiale, i salari non crescono.
La correzione di rotta della Bce, quindi, procederà lentamente: «Continueremo ad accompagnare la ripresa» con lo stimolo monetario, finché l’inflazione non risalga verso il 2% «in modo durevole e si sostenga da sola», ha detto il presidente della Bce in conferenza stampa a Tallinn, capitale dell’Estonia, in occasione della sortita annuale del consiglio da Francoforte. Draghi ha però anche messo sull’avviso i Paesi con una posizione dei conti pubblici debole e bassa crescita e in ritardo sulle riforme strutturali: «Saranno loro i più colpiti quando arriverà un rialzo dei tassi d’interesse», che peraltro non appare imminente. Un chiaro riferimento all’Italia. La priorità per questi Paesi è «resuscitare» la crescita, ha affermato il banchiere centrale. «Non siamo qui per sostenere i bilanci pubblici dei Paesi», ha commentato Draghi.
La riunione del consiglio della Bce si è dedicata più che altro alle modeste correzioni, attese, alla comunicazione, spiegando che i rischi per la crescita sono ora «a grandi linee in equilibrio», e non più orientati al ribasso, ed eliminando dalla “forward guidance” (le indicazioni prospettiche sulla politica monetaria) l’aspettativa che i tassi, ora che è sparito il pericolo di deflazione, vengano tagliati di nuovo. Su queste modifiche «non ho sentito nessun dissenso», ha detto il presidente della Bce. Ma per ora sul fronte dell’inflazione, a parte le oscillazioni dovute agli alti e bassi dei prezzi del petrolio, «non c’è nulla di sostanzialmente nuovo», ha ribadito più volte Draghi, e quindi la discussione vera e propria sulle modifiche della politica monetaria è rimandata.
Le nuove proiezioni, secondo cui l’inflazione si fermerà all’1,5% quest’anno, scenderà all’1,3% il prossimo e non andrà oltre l’1,6% nel 2019, hanno fatto da supporto a questa posizione. L’inflazione di fondo, depurata dell’effetto petrolio, è stata a sua volta ritoccata leggermente al ribasso per il 2018 e 2019 e dovrebbe salire solo gradualmente. Solo due membri del consiglio, secondo Draghi, erano pronti a cominciare a ragionare da subito sulla “normalizzazione” della politica monetaria. «Pazienza, fiducia e persistenza», ha declinato il presidente della Bce.
È probabile che la discussione su cosa fare nel 2018 (fino a dicembre resta l’impegno ad acquisti mensili di titoli, il Qe, per 60 miliardi, mentre i rialzi dei tassi seguiranno “ben oltre” la conclusione del Qe) entri nel vivo solo a settembre sul “tapering”, la riduzione graduale degli acquisti. Ma Draghi ha voluto rassicurare che «la Bce sarà sul mercato per un lungo periodo», reinvestendo i titoli già comprati che verranno man mano a scadenza ed è comunque pronta ad aumentare importo e durata se ce ne sarà bisogno. Persino un nuovo taglio dei tassi non è completamente escluso, ha detto Draghi, nonostante le modifiche di ieri alla dichiarazione introduttiva, se le circostanze dovessero cambiare. Ancora una volta, ha smentito che ci siano problemi di scarsità di titoli da acquistare (soprattutto tedeschi), una convinzione diffusa sui mercati.
Un elemento cui la Bce sembra prestare crescente attenzione è l’evoluzione del mercato del lavoro e la mancata risalita dei salari. Questa dipende anche dal fatto che, dei 5 milioni di posti di lavoro creati («più che negli Stati Uniti»), molti, ha osservato Draghi, sono di bassa qualità, temporanei o part-time, e i negoziati salariali guardano indietro, quando l’inflazione era ancora più bassa. E ha fatto riferimento a uno studio degli economisti della Bce, secondo cui la capacità di lavoro inutilizzata può arrivare fino a quasi il doppio delle cifre ufficiali, che indicano la disoccupazione al 9,5%.
Laconico il commento dei vertici dell’istituto di Francoforte sul salvataggio dello spagnolo Banco Popular. Ci siamo limitati a certificare che stava per fallire a causa di una crisi di liquidità determinata da una fuga dei depositi, ha spiegato il vicepresidente Vitor Constancio, il compito della risoluzione (compreso l’azzeramento del capitale e le perdite imposte ai detentori del debito subordinato, e la successiva cessione al Banco Santander) spettava per legge ad altri.

Alessandro Merli

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