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Draghi: anti-euro ora più deboli Ma sul salvataggio l’Europa si divide

È un’Europa diversa e insieme uguale a se stessa quella i cui leader di politica economica, insieme a molti degli economisti più influenti, si sono ritrovati ieri a Sintra. Nella cittadina portoghese ogni anno a fine giugno la Banca centrale europea riunisce il suo Forum, voluto dal presidente Mario Draghi sul modello degli incontri della Federal Reserve a Jackson Hole.

Ma quest’anno si sta riunendo un’Europa diversa, in primo luogo, perché le dinamiche della ripresa e della politica sono più incoraggianti di quanto chiunque avesse immaginato un anno fa. Lo ha notato ieri sera lo stesso Draghi. «Un anno fa parlai della tristezza che provavamo, per il risultato del referendum sulla Brexit che allora si era appena tenuto — ha detto il presidente della Bce —. Quest’anno c’è molta differenza. Allora la ripresa era fragile e in Europa le voci di chi chiedeva di uscire dall’euro o addirittura dall’Unione europea erano più alte che mai».

Dalle urla ai sussurriDraghi non ha parlato di populisti, sovranisti o antieuropei, ma non ha resistito alla tentazione di sottolineare quanto sia cambiato dal giugno del 2016. «Oggi la crescita è tornata, l’occupazione sta crescendo. Le urla chiassose per lo smantellamento dell’euro o dell’Unione europea ormai assomigliano a sussurri appena percepibili», ha detto il banchiere centrale italiano.

Se molto è cambiato, qualcosa però è rimasto profondamente simile: a Sintra continua a essere molto facile prevedere l’analisi delle persone, anche ai più alti livelli, in base al loro Paese d’origine. Non poteva esserci esempio più chiaro dell’argomento che da ieri in Portogallo sta occupando molte delle conversazioni sul prato nelle pause: l’intervento pubblico della scorso weekend per la Banca popolare di Vicenza e per Veneto Banca, che qui occupa molte delle conversazioni sul prato di Sintra nelle pause del Forum.

Ha decisamente un’impressione negativa dell’intera operazione Guntram Wolff, il tedesco che guida il centro studi Bruegel e che pure spesso esprime posizioni diverse da quelle del governo di Berlino. «Quel che abbiamo visto sulle banche venete è decisamente in violazione dello spirito dell’Unione bancaria e del senso per cui è stata creata», osserva Wolff. Ciò che lo impressione è la cifra di 17 miliardi di euro improvvisamente «mobilizzati» dal governo in un weekend, malgrado l’obiettivo ufficiale delle istituzioni europee di ridurre al minimo l’aiuto pubblico alle banche.

«Dal punto di vista europeo molta fiducia è andata in pezzi e lo si avvertirà, sia nell’europarlamento che in altri Paesi — continua Wolff —. È completamente spiazzante per me che apparentemente in Italia i salvataggi pubblici siano più popolari che il trasferimento delle perdite agli investitori e ai creditori delle stesse banche in dissesto». La più rilevante conseguenza politica si vedrà nella rafforzata riluttanza tedesca alla creazione di un fondo comune in Europa per la garanzia dei depositi, secondo Wolff. «Ho sempre detto che Berlino dovrebbe fare passi avanti su questo fronte – dice il direttore di Bruegel – ma il comportamento dell’Italia rende un accordo più difficile».

Il confronto degli aiutiAltre figure ai vertici delle istituzioni europee appaiono molto più rilassanti sul peso specifico dell’intervento nelle banche venete. Non sfugge a nessuno a Sintra ciò che ricorda Erik Nielsen, capoeconomista (danese) di Unicredit: gli aiuti pubblici alle banche concessi dalla Germania fra il 2010 e il 2014 valgono l’11% del Pil del Paese, quelli dell’Olanda il 18%, quelli dell’Italia iniziano ad aggirarsi attorno all’1% del Pil con le operazioni su Monte dei Paschi e sulle banche venete. Anche per questo alcuni dei partecipanti al Forum di Sintra sono tutt’altro che impressionati dagli eventi dello scorso weekend: «Quello che ha fatto il governo di Roma ha perfettamente senso, è ciò che andava fatto per evitare conseguenze che sarebbero state molto peggiori per gli italiani» dice Charles Goodhart, che fino a pochi anni fa ha operato ai vertici decisionali della Bank of England.

Anche il governatore di una banca centrale della periferia europea, dietro richiesta di anonimato, è convinto che l’Italia abbia fatto bene a lanciare un intervento pubblico. «Forse avrebbero dovuto affrontare prima il problema — dice —. Ma con la situazione arrivata a questo punto, rimuovere il problema con decisione è stata senz’altro la scelta corretta. Anche noi ci sentiamo più sicuri adesso — osserva il banchiere centrale —. Se parte una corsa agli sportelli delle banche in Italia, il contagio potrebbe non essere limitato alla sola Italia. Altri Paesi rischiano di vedere reazioni simili nella popolazione».

Federico Fubini

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