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Draghi affila le armi di Francoforte, ma resta la cautela sul taglio dei tassi

Solo nel mese di aprile, depositi per 31 miliardi di euro hanno lasciato gli istituti di credito spagnoli per la Germania, la Svizzera o la Gran Bretagna. Per contrasto, nell’ultimo mese, in Italia il risparmio depositato nelle banche ha ripreso a crescere.
Il sistema finanziario italiano tiene, nota la Banca d’Italia, ma il ritmo del deterioramento tutto intorno è tale che finirà al centro delle discussioni nel palazzo dell’Eurotower. Il Consiglio dei governatori della Banca centrale europea, guidato da Mario Draghi, si riunisce oggi e domani come ogni mese. Solo che questa volta non sarà come tante altre, perché deve decidere se e quando fare qualcosa — e cosa — per contrastare l’avvitamento del sistema euro e delle economie che dovrebbero farlo vivere.
Probabile che deciderà di non fare niente. Non subito. I 23 del Consiglio, governatori nazionali e banchieri centrali dell’esecutivo di Francoforte, per ora sembrano orientati ad affidare a Draghi solo il compito di lasciar intuire ciò che la Banca centrale potrebbe fare in seguito. Lo stesso presidente della Bce non ha fretta di lanciare la sua istituzione in un tamponamento del mercato o delle decisioni mancate dai governi europei.
La Bce non ama sorprendere, preferisce guidare le attese di chi la osserva per poi muovere in quella direzione. E in questo momento, secondo l’ultimo sondaggio Reuters, solo il 15% degli investitori prevede che l’Eurotower abbassi i tassi domani. Il 33% si aspetta una riduzione degli interessi ufficiali sotto l’1%, la prima da quando esiste l’euro, solo a luglio. E se il mercato guarda alla Bce per poi muoversi in un senso o nell’altro, anche la Banca centrale europea guarda ciò che il mercato si aspetta che lei faccia, prima di decidere davvero di farlo.
Non che un taglio dei tassi subito non abbia senso. Quasi tutti i governatori lo sanno e ciò potrebbe far cambiare a sorpresa le scelte dell’Eurotower domani al momento della verità. L’economia dell’area è in pieno rallentamento non solo al Sud, perché la stessa Germania inizia a subire nell’export dei gruppi industriali gli effetti della recessione in Europa e della frenata in Cina. La disoccupazione in aumento all’11% contribuirà a far scendere l’inflazione dell’area sotto il 2% forse già entro quest’anno. E sul piano finanziario, i maxi-prestiti triennali offerti dall’Eurotower quest’inverno hanno creato una situazione inedita: se la Bce tagliasse i tassi, le banche commerciali in Europa si troverebbero immediatamente con un onere più basso sui mille miliardi di debiti che hanno preso da Francoforte (solo quelle italiane, per ben 270 miliardi). Sarebbe un sussidio colossale, ossigeno prezioso proprio quando intere parti del sistema rischiano l’asfissia. Ma soprattutto, un taglio dei tassi domani direbbe forte e chiaro al mondo che questa Banca centrale non è disposta a far saltare la propria moneta pur di difendere la propria ortodossia. Il segnale politico sarebbe più potente di qualunque implicazione tecnica.
Ma se non arriverà è perché la Bce non intende finire ostaggio dei suoi proprietari ultimi, i governi europei. Prima di agire, Draghi e i suoi vogliono vedere la catena degli eventi del prossimo mese e poi su questa misurare le proprie mosse. Troppo spesso in passato i banchieri hanno osservato che i loro interventi sono stati usati dalla politica per evitare le scelte difficili; in questo l’Italia, nelle conversazioni dei governatori, è ormai il caso emblematico. Quando in agosto scorso la Bce iniziò a comprare Btp e gli «spread» scesero, il governo di Silvio Berlusconi fece subito marcia indietro dalle riforme che aveva promesso nell’illusione di poterle evitare. E quando quest’inverno i maxi-prestiti della Bce di nuovo hanno contribuito a far calare gli «spread», sono riaffiorati gli stessi riflessi: i partiti e i sindacati hanno iniziato a contrastare sempre di più le misure del governo di Mario Monti, rallentandole.
Ora la Bce non vuole togliere un’altra volta la pressione dalle spalle dei politici, perché facciano la loro parte. Bisognerà passare le elezioni greche del 17 giugno, poi affrontare lo snodo di un aumento di capitale delle banche spagnole con denaro europeo e del Fondo monetario. Questo è un passaggio delicato, anche perché oggi l’Europa non ha poteri legali per entrare come azionista nel capitale delle banche di un Paese del club. Sarebbe il primo passo verso quella che oggi si chiama «unione bancaria», un obiettivo sul quale proprio la Bce sta insistendo perché sia il piatto forte del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Un sistema comune di garanzie sui depositi bancari per evitare le grandi fughe del risparmio da un Paese all’altro, un fondo per gestire lo smantellamento degli istituti falliti, una sorveglianza europea per 20 o 30 banche più grandi: sono gli obiettivi di cui molti parlano, a volte senza capirne tutte le conseguenze. Una vigilanza europea avrebbe poteri decisivi in Italia per esempio su Unicredit, Intesa Sanpaolo o Montepaschi. E un fondo comune per il sistema finanziario non potrebbe mai funzionare senza finanziarlo con gli eurobond.
Sono questi i progressi che la Bce vuole vedere avviati, per poi agire con decisione a supporto di un sistema-euro finalmente più credibile. Entro luglio o agosto un taglio dei tassi appare quasi certo. E a quel punto l’Eurotower potrebbe anche sprigionare nuove ondate di liquidità straordinaria: a basso prezzo per le banche e, si spera, a cascata anche per famiglie e imprese. Ma questa volta non quasi gratis per i soliti politici d’Europa affetti da immobilismo cronico.

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