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Draghi accelera sull’addio ai rating ma i colossi del credito contano i danni

NEW YORK — Stiamo tornando alla casella di partenza: come nel 2008, la crisi riparte dalle banche. Sono loro l’anello debole del sistema, nel mondo intero. L’eurozona è presa in ostaggio dalle sue banche, cominciando da quelle spagnole che necessitano un’immediata iniezione di capitali per 62 miliardi di euro. La Bce deve ingegnarsi a trovare metodi d’intervento sempre diversi, a piegare le sue stesse regole, per rianimare istituti di credito agonizzanti. Il contagio spagnolo lega le banche alla solvibilità dello Stato sovrano, se saltano altri istituti di credito è la Spagna intera che diventa un candidato al default, e che quel che accade a Madrid fa tremare tanti paesi vicini. Perfino sulle banche americane, le «meno appestate» nel lazzaretto globale, si abbatte l’onta di un declassamento generale.
Preannunciato da giorni, ma pur sempre umiliante, arriva il downgrading di Moody’s.
Colpisce i grandi nomi di Wall Street più i big tedeschi francesi e svizzeri. La bocciatura coinvolge JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley.
Si può sempre obiettare che le agenzie di rating sbagliano, hanno sbagliato più volte. Si può auspicare una rivolta contro la «dittatura» dei signori dei rating. Ma intanto il declassamento di ieri ha dei costi precisi e pesanti. In una giornata pessima in cui l’indice Dow Jones perde 250 punti per una raffica di dati negativi dall’economia reale di ogni parte del globo (Usa, Cina, Ue) è ancora il credito la sofferenza maggiore.
Perché i rating pesano tanto? Perché la maggior parte degli investitori istituzionali sono obbligati a tenerne conto. Le banche stesse, quando si fanno credito l’una con l’altra, chiedono alla controparte dei titoli in garanzia. In gergo si chiamano anche «il collaterale ». E il valore di quei titoli, la loro solidità e solvibilità, come si misura? Con i rating. Ecco perché un downgrading non è solo un generico colpo all’immagine. E’ un colpo duro al bilancio delle banche. Morgan Stanley, per esempio, ha calcolato che il suo declassamento può costarle fino a 7 miliardi di dollari in più. In che modo? Quando andrà a chiedere prestiti alle sue consorelle, Morgan Stanley dovrà mobilitare più titoli come deposito di garanzia, e questo ha un costo.
Il «collaterale» dovrà essere
rimpinguato, a parità di prestito richiesto. Il conto potrà arrivare fino a 5 miliardi per Citigroup e JP Morgan Chase, a 3 miliardi per Bank of America. Il declassamento colpisce ancora una volta quello snodo nevralgico della nostra economia che è il mercato interbancario, una sorta di «sistema linfatico» che consente la circolazione dei finanziamenti. Guai se le banche smettono di prestarsi l’una all’altra: nei momenti della paura massima, quando il mercato si congela, si arriva a quella paralisi che il mondo sfiorò il 15 settembre 2008 dopo il crac di Lehman. Ci vollero poi 600 miliardi di dollari di aiuti, solo negli Stati Uniti, per rianimare un sistema bancario che era arrivato al collasso.
La Banca centrale europea sta cercando di liberare, se stessa e il settore del credito dell’eurozona, dalla dittatura del rating. Con una mossa già allo studio da mesi, ma non ancora entrata in vigore, Mario Draghi dovrebbe annunciare oggi nuove regole sulla valutazione dei titoli che accetterà dalle banche come «collaterale » e cioè in garanzia. Per molti istituti di credito europei questo allentamento delle regole è ormai questione di vita o di morte.
Le sole banche spagnole hanno nei loro bilanci 150 miliardi di «cattivi debiti», cioè debiti irrecuperabili verso clienti ormai insolventi. Il mestiere della Bce è diventato quello di un defibrillatore che continua a salvare banche europee dall’infarto finale. Deve proseguire nella sua opera di pronto soccorso: dare liquidità alle banche per evitare tracolli. Ma alcune importanti banche, in Spagna e non solo in quel paese, stanno esaurendo la «carta buona», i titoli accettabili come collaterale in base alle regole dei rating. Perciò la Bce deve cambiare i suoi criteri, diventare più indulgente sul tipo di titoli che accetta come garanzia. E’ un gioco che sembra fine a se stesso, una fatica di Sisifo, questo salvataggio mai concluso del sistema bancario. E’ un gioco che ha costi elevati ma non ha alternative. Nelle banche ci sono i depositi dei risparmiatori. Le banche hanno linee di finanziamento aperte con le imprese, se ne chiedessero precipitosamente la restituzione sarebbe l’economia reale ad essere travolta. Le banche sono anche grossi acquirenti alle aste dei titoli pubblici: è il canale di trasmissione che dalla malattia del credito può ripercuotersi fino alla solvibilità di interi Stati sovrani.

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