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Draghi abbassa ancora i tassi e aumenta gli acquisti di bond

Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha annunciato ieri un pacchetto di misure di stimolo monetario ben al di là delle attese, a fronte del netto peggioramento del quadro macroeconomico dell’eurozona. E ha difeso l’efficacia delle proprie azioni dalle critiche, soprattutto di parte tedesca, sostenendo che «se avessimo seguito in questi anni la politica di chi diceva di no a tutto, “nein zu allem”, oggi saremmo in una deflazione disastrosa». Ha anche affermato che le decisioni di ieri provano che la Bce non manca né della volontà, né delle “munizioni” per intraprendere nuove azioni di stimolo.

Il consiglio della Bce ha votato «a stragrande maggioranza», nelle parole di Draghi, un insieme di interventi che comprende il taglio dei tassi d’interesse, l’ampliamento dell’acquisto di titoli (il Qe) e la creazione di quattro nuove operazioni di finanziamento alle banche, le Tltro, mirate a favorire il credito all’economia reale anche con la concessione di un “rimborso” alle banche da parte della Bce (si veda l’articolo nella pagina a fianco).
L’impatto immediato sui mercati dell’annuncio, in un primo tempo accolto molto favorevolmente, è stato poi vanificato dalla dichiarazione di Draghi, ripetuta due volte in conferenza stampa, che i tassi d’interesse, tagliati ieri, non verranno ulteriormente ridotti.
I banchieri centrali europei si sono dovuto confrontare con uno scenario economico nettamente peggiorato rispetto a dicembre, quando già le previsioni dello staff della Bce erano state considerate ottimiste da molti economisti indipendenti. L’inflazione resterà in territorio negativo ancora per diversi mesi a causa del crollo del petrolio e, secondo le nuove previsioni pubblicate ieri, crescerà solo dello 0,1% quest’anno (contro l’1% stimato a dicembre), dell’1,3% l’anno prossimo (contro l’1,7%) e dell’1,6% nel 2018. La previsione non tiene conto delle misure annunciate ieri, che la Bce confida possano riportarla «sotto, ma vicino» al 2%, come da obiettivo. Taglio anche per le stime di crescita – che procede a ritmo “moderato”, ma più debole di quanto si riteneva a inizio anno e con rischi al ribasso – all’1,4% nel 2016 (dall’1,7), all’1,7% nel 2017 (dall’1,9). Nel 2018 l’economia dell’eurozona dovrebbe crescere dell’1,8%. Hanno pesato, sul quadro macroeconomico e sulla decisione del consiglio di allentare ulteriormente la politica monetaria, l’indebolimento della crescita globale e le turbolenze dei mercati finanziari. Ma sull’inflazione è stato preponderante il crollo del prezzo del petrolio.
Sui tassi, la Bce ha non solo tagliato di 10 punti base il tasso sui depositi delle banche presso la Bce stessa, già oggi a -0,30%, portandolo a -0,40%, come era atteso, per cercare di disincentivare le banche a parcheggiare la liquidità a Francoforte e spingerle agli impieghi, ma ha anche portato a zero il tasso principale di rifinanziamento e a 0,25% quello marginale, tagliando entrambi di 5 punti base. Si tratta in tutti e tre i casi dei minimi storici. È stata la decisione meno controversa in consiglio, anche se contro i tassi negativi è schierato tutto l’establishment bancario, soprattutto tedesco. Cifre alla mano, il vicepresidente Vitor Constancio ha contestato che nel 2015, quando già i tassi erano negativi, le banche abbiano sofferto una calo del margine d’interesse, anche se la Bce riconosce che non tutti gli istituti sono uguali.
Draghi ha anche indicato che i tassi della Bce resteranno ai livelli attuali, o ancora più bassi, per un lungo periodo di tempo, e ben oltre la conclusione del Qe, prevista per il marzo 2017. Ma successivamente ha affermato che non si vede ora la necessità di ulteriori tagli, a meno di un cambiamento della situazione. Anzi, ha spiegato che la mancata introduzione di un tasso sui depositi su due livelli, ventilata alla vigilia e che pure è stata discussa, è dovuta proprio alla volontà di non dare un segnale che i tassi possano scendere ancora a piacimento. È stato su questo punto che i mercati finanziari hanno girato e che può aver compromesso, almeno temporaneamente, l’impatto positivo delle misure annunciate. Draghi ha anche precisato che d’ora in avanti la politica monetaria si concentrerà meno sul movimento dei tassi e più su misure non convenzionali.
Sul Qe, si è registrato qualche dissenso in consiglio (secondo un partecipante alla riunione, solo due governatori si sarebbero espressi con voto contrario; il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, non aveva in questa riunione, per effetto della rotazione, diritto di voto): alla fine è passato un aumento da 60 a 80 miliardi di euro dell’importo mensile dell’acquisto di titoli e l’inclusione delle obbligazioni societarie (non bancarie) denominate in euro, emesse da imprese europee, che abbiano un rating “investment grade”, anche questa per migliorare la trasmissione all’economia reale. Entrambi gli elementi vanno al di là delle aspettative della vigilia. La Bce ha anche aumentato dal 33 al 50% la quota di titoli acquistabili emessi da organizzazioni internazionali e banche multilaterali. Questo per ovviare a quella che si ritiene potrà essere una scarsità di titoli di Stato (soprattutto tedeschi) nel prosieguo del programma.

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