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Il Dpcm non ha forza di legge

I limiti ai diritti, limiti gravi che si stanno pesantemente sperimentando, sono trattati da un gruppo tutt’altro che esteso di commentatori. In maggioranza essi si esprimono come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: «Non è il momento di discutere di libertà personali». Una minoranza, invece, teme, come sostiene Arturo Diaconale, che l’emergenza possa indirizzare o abituare allo «stravolgimento dello Stato di diritto e della democrazia liberale nel nostro Paese».

Anche senza affrontare ragionamenti legati ai supremi princìpi, e tenendo conto che qualsiasi discussione in merito sarebbe impopolare o perfino incomprensibile di fronte a considerazioni concrete sulla vita, sulla personale sopravvivenza fisica (che va oltre riflessioni filosofiche), sarà però necessario rilevare che gli strumenti usati per modificare la vita degli italiani sono errati.

L’elenco dei costituzionalisti e dei giuristi che hanno espresso riserve e contrarietà ai ripetuti decreti del presidente del Consiglio è lungo, da Carlo Nordio a Sabino Cassese. Non è soltanto la scrittura redazionale a registrare critiche, più che fondate: è la natura medesima del dpcm, fra l’altro reiterata, a preoccupare. Il decreto è impugnabile di fronte a un Tar: sarà senz’altro vero che nessuno nelle odierne condizioni se ne preoccupa, ma ciò non vuol dire che gli uffici legislativi, partendo da quello di palazzo Chigi, possano non curarsene.

Non è pensabile che un decreto, quindi non una legge perché gerarchicamente inferiore nelle fonti normative, possa limitare diritti come la circolazione, il soggiorno, la riunione, sanciti in precisi articoli della Corte costituzionale. Certo, la Carta prevede limiti, sia per tutelare la salute «diritto fondamentale dell’individuo» (meglio sarebbe stato scrivere la cura), sia nella libera circolazione; purché, però, lo stabilisca una legge. Occorre cioè che il Parlamento deliberi in merito. Il governo può sì intervenire: anzi, nell’attuale emergenza sanitaria può usare lo strumento del decreto-legge rispettandone i requisiti costituzionali.

Paradossalmente, soltanto in queste tragiche settimane sussistono giustificazioni costituzionali per emanare decreti-legge. Perché, allora, limitare diritti dei cittadini evitando proprio il ricorso a un decreto-legge? Sarà stata la fretta, si risponderà, oppure la prevalenza dei sanitari nella stesura degli articoli che portano all’obbligo-invito per restare in casa.

Un fatto è indubbio: quei dpcm sono sbagliati. Nonostante siano giunti segnali da più commentatori, sia pure moderati dalla consapevolezza dell’ora, non è venuta da alcuno, fra i redattori dei dpcm che si sono susseguiti, la proposta d’inserire in strumenti giuridicamente appropriati limiti e divieti, lasciando ad altri strumenti raccomandazioni, consigli, inviti.

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