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Dote ridotta a 38,7 miliardi

Il decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale, e in vigore da oggi, è il risultato di un vorticoso lavoro di scrittura e riscrittura che ha visti impegnati il ministero dell’Economia, la Ragioneria generale dello Stato e il ministero dello Sviluppo economico. Non sono mancati ritocchi e variazioni dell’ultimissima ora come dimostra il reinserimento in extremis dell’innalzamento da 516mila a 700 mila euro, a partire dal 2014, della soglia per le compensazioni tra crediti e debiti fiscali.
Ma le sorprese non si fermano qui come dimostra, tra le righe, la copertura della norma. All’onere, si legge nella versione definitiva del decreto firmato ieri dal capo dello Stato, pari a 1.250 milioni di euro per il 2014, 380 milioni per il 2015 e 250 milioni per il 2016, «si provvede mediante utilizzo delle risorse esistenti nella contabilità speciale 1778 – fondi di bilancio dell’Agenzia delle entrate». Fin qui niente di strano, si attinge con coerenza a una contabilità che risulta destinata a rimborsi, soprattutto crediti Iva, e compensazioni di crediti d’imposta. Appare meno lineare invece la decisione, per l’anno 2014, di provvedere «a valere sui maggiori rimborsi programmati di cui all’articolo 5, comma 7» che il governo include nella dotazione complessiva di 40 miliardi di pagamenti per imprese, cooperative e professionisti.
In altre parole, per coprire nel 2014 l’innalzamento del tetto – onere di 1 miliardo e 250 milioni – si attinge all’incremento dei rimborsi fiscali che il decreto prevede per un importo fino a 2,5 miliardi per il 2013 e 4 miliardi per il 2014. A conti fatti, dunque, la dotazione massima dei rimborsi fiscali prevista dal decreto per il 2014 – 4 miliardi – si riduce a 2,75 miliardi. Bisogna certamente rilevare che il meccanismo della compensazione può rappresentare in diverse situazioni una corsia più veloce ed efficace rispetto ai rimborsi, tuttavia numeri alla mano si nota come all’innalzamento della soglia a 700mila euro dello scambio debiti-crediti, fortemente richiesto dalle imprese, si faccia in pratica corrispondere una riduzione del plafond totale del piano salda debiti: da 40 a 38,75 miliardi in due anni.
Nella sua veste finale il decreto presenta altri cambiamenti degni di nota, in alcuni casi con miglioramenti. Ad esempio sulla gerarchia dei pagamenti. Si stabilisce che si darà priorità «ai crediti non oggetto di pro soluto» poi, tra questi ultimi, si partirà dalle fatture più vecchie. Quindi, nella fascia prioritaria rientrano anche i creduti ceduti in modalità “pro-solvendo”, quelli per i quali le imprese restano obbligate nei confronti delle banche con relativi contraccolpi in termini di linee di credito bloccate. Pagando subito anche i “pro-solvendo”, secondo il governo, si garantirà più fluidità al credito bancario.
Va nella direzione di un maggior flessibilità del piano il meccanismo che, all’occorrenza, consentirà di cambiare la ripartizione tra le differenti sezioni (enti locali, debiti regionali sanitari e debiti della sanità regionale) del Fondo unico per gli anticipi di liquidità. E, sulla stessa lunghezza d’onda, agirà il ministero dello Sviluppo con un monitoraggio da effettuare entro il 15 settembre sulla spesa delle Regioni: di fronte a insufficienze o eccedenze del plafond assegnato, si potrà rimodulare la ripartizione.
Al contrario appare ancora tortuoso il meccanismo per i pagamenti delle Regioni, forse non compatibile con l’obiettivo di avviare il saldo delle fatture in tempi strettissimi. Infatti, l’erogazione degli anticipi da parte del Tesoro avverrà solo dopo la predisposizione di misure, anche leggi regionali, per la copertura annuale del rimborso. Sembra quasi una mini manovra regionale, che difficilmente può vedere la luce in giorni o settimane. Per le Regioni che chiedono anticipazioni, inoltre, resta il divieto di contrarre nuovi mutui se i conti non sono in equilibrio strutturale, una condizione che rischia di depotenziare il decreto dove si è in presenza di deficit sanitari.

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