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Dossier della Corte dei conti sui derivati per l’euro

«Non c’è alcuna perdita per lo Stato«. Si tratta di «un grande malinteso». Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, definisce così la nuova polemica, che dalle pagine del Financial Times e de La Repubblica riporta alla ribalta il tema dei contratti derivati del Tesoro partendo dal caso Morgan Stanley scoppiato nel 2012. Tutto nasce dalla relazione semestrale sull’attività del debito pubblico relativa alla prima metà dello scorso anno, presentata dal Tesoro alla Corte dei conti. O meglio dai chiarimenti aggiuntivi chiesti nel marzo scorso dalla Procura della Corte dei conti, tramite la Guardia di Finanza, ai quali il Dipartimento del debito pubblico ha risposto replicando la relazione già inviata all’altra sezione dei giudici contabili. «L’indagine richiamata dalla stampa è unicamente riferibile all’operazione, già conclusa all’inizio del 2012, con la quale si è provveduto alla chiusura di un contratto sottoscritto nel 1994 con la Banca Morgan Stanley», conferma la Corte. In realtà poi la relazione semestrale ha delineato anche il resto dell’attività di quei mesi, ivi compresa la ristrutturazione di un altro gruppo di contratti derivati conclusi in periodi successivi, dopo il 2000. In ogni caso, ha precisato ancora la Corte dei conti, «le operazioni di sottoscrizione del debito pubblico, nonché quelle di natura creditizia, mobiliare e valutaria non sono soggette al controllo preventivo della Corte». Intanto la Procura di Roma ha aperto un’indagine.

I fatti ci riportano dunque da una parte ai contratti sui derivati con la Morgan Stanley, risalenti agli anni 90, chiusi con addebito sui conti dello Stato di un ammontare complessivo, versato in due tranches, di circa 3 miliardi di euro. E dall’altra ai derivati ancora in essere del Tesoro. I tempi sono diversi anche se le polemiche rimbalzate sui media hanno tirato in ballo — e il sospetto che ciò sia strumentale è difficile da allontanare — l’ingresso dell’Italia nell’Euro, l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e l’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, che è stato direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001. I contratti, però, tranne uno, come si è detto, sono stati conclusi o ristrutturati successivamente alla nascita dell’euro e all’uscita di Draghi dal ministero e soprattutto sono stati tutti esaminati e approvati da Eurostat.

I derivati dunque, ma, innanzitutto, perché il Tesoro se ne avvale? Si tratta di contratti semplici, che il ministero ha concluso per coprirsi sui rischi di cambio o sui tassi di interesse. Hanno un costo, certo, ma a fronte di una copertura di eventi in grado di essere ben più onerosi. Sarebbe — è l’esempio molto poco sofisticato ma di immediata comprensione che circola al ministero di via xx settembre — come l’assicurazione sanitaria, che ha un costo ma si fa perché potrebbe servire e si spera di non utilizzare mai: nell’immediato è una perdita sul budget familiare ma, nel caso, rappresenta un paracadute.

In termini più tecnici il Tesoro ha ieri spiegato che la filosofia di fondo dell’operatività in derivati «si basa su criteri ispirati al perseguimento dell’interesse dello Stato, mirando alla protezione dai rischi di mercato, primi fra tutti quello di cambio e di tasso di interesse. Con riferimento in particolare a quest’ultimo, l’attività in derivati è stata mirata a conseguire l’allungamento della durata complessiva del debito, al fine di proteggere da un eventuale rialzo dei tassi, pagando tasso fisso e ricevendo variabile». Tale funzione prettamente assicurativa «è stata perseguita attraverso IRS (interest rate swap ) e opzioni su tassi di interesse (swaption ), fissando tassi a lungo termine che, al momento della sottoscrizione, risultavano storicamente ai minimi per la scadenza cui si riferivano». «Bloccare attraverso derivati un tasso fisso “a pagare” in contropartita di un tasso variabile “a ricevere” rappresenta una protezione verso futuri shock sui tassi di interesse, situazione peraltro sperimentata dallo Stato italiano a più riprese e con un’evidenza particolarmente significativa a seguito della grave crisi monetaria e finanziaria del 1992».

Nel primo semestre dello scorso anno, tra le tensioni del mercato sul debito sovrano italiano e sugli spread , sono state fatte alcune ristrutturazioni importanti, forse anche onerose, dettate — spiegano gli esperti —, da una parte dalla necessità di distribuire i rischi sulle controparti interessate, soprattutto grandi banche anche italiane, dall’altra di alleggerire le pressioni su di esse. Il problema è se la gestione dei derivati, valutati in circa 160 miliardi cioè più o meno il 10% dello stock dei titoli di Stato quotati, rappresenti una potenziale perdita per il Tesoro. Il quotidiano britannico valuta che la perdita potenziale, stando ai valori di mercato attuali, arrivi a 8 miliardi di euro, un bel peso per i conti dello Stato. Ma si tratta di perdite potenziali che ci sarebbero nel caso che i derivati cessassero la loro efficacia. «Il caso Morgan Stanley, che si avvalse di una clausola — mai più riprodotta — di chiusura anticipata del contratto, non è ripetibile» affermano gli esperti del settore. I contratti in essere dunque andranno a scadenza e c’è da sperare che nel frattempo la situazione dei mercati e l’andamento dei rendimenti del debito sovrano italiano si distendino, eliminando il premio da pagare rappresentato dallo spread nei confronti dei titoli tedeschi. «Il valore di mercato degli strumenti derivati in uno specifico momento, il cosiddetto mark to market , non è in nessun caso assimilabile a una perdita realizzata», ha precisato ancora il Tesoro nella sua nota. «Esclusivamente in presenza di specifiche clausole le controparti possono reciprocamente esigerne la corresponsione secondo le modalità previste nei contratti». Le quantificazioni «sulle possibili perdite connesse alla rinegoziazione dei contratti sui derivati non sono attribuibili in alcun modo alla Corte», hanno invece ribadito i giudici contabili. Il sospetto infine che i derivati possano aver «aiutato» artificiosamente l’Italia a mettersi in regola per entrare nell’euro. La nota del Tesoro è secca: «È assolutamente priva di ogni fondamento l’ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro. Le operazioni poste in essere all’epoca sono state sempre registrate correttamente secondo una prassi consolidata, nel rispetto dei principi contabili sia nazionali che europei». I controlli effettuati sistematicamente dall’Eurostat «a far tempo dalla seconda metà degli anni Novanta, anche quelli conseguenti all’introduzione in più fasi di nuove linee guida sugli strumenti finanziari derivati, hanno sempre confermato la regolarità della contabilizzazione di queste operazioni».

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