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Doris e la svolta di Mediolanum: «È l’ora di prendersi dei rischi»

«È l’ora di rischiare. Il rischio deve essere calcolato, certo, ma oggi è la scelta giusta. A tutti i livelli». Per Banca Mediolanum, che ha costruito la propria identità e le proprie fortune parlando più di opportunità che di rischi, è una specie di rivoluzione. Ma Massimo Doris, che appena due anni fa aveva “lottato” con la sua banca perché la parola d’ordine diventasse “protezione”, non sembra avere dubbi. «È il momento di buttarsi, adesso o mai o più», dice l’ad in questo colloquio con Il Sole 24 Ore. «A livello di sistema-Paese, di banche, ma anche di investitori grandi e piccoli, dobbiamo mettere a fuoco la situazione in cui ci troviamo, che è unica e deve essere colta finché c’è: abbiamo una mole di risorse che non si è mai vista, persone che hanno voglia di tornare a vivere e spendere, un premier che sa farsi ascoltare nel mondo, tassi destinati a rimanere bassi per lungo tempo. Faccio fatica a vedere una situazione migliore».

L’Italia però sembra ancora ripiegata su sé stessa: proprio ieri avete presentato una ricerca da cui emerge che tra le persone l’umore è cupo.

È sempre stato così. A dire il vero oggi vediamo che gli ottimisti aumentano e i pessimisti diminuiscono, ma questi ultimi continuano a prevalere: così è difficile uscire davvero dalla crisi.

È una questione di fiducia.

Proprio così. La fiducia, insieme alla capacità di investire tutte le risorse di cui disponiamo a tutti i livelli, è la condizione necessaria per cogliere l’opportunità mai vista di questo momento storico.

Voi siete una banca, fondata più di altre sul rapporto di fiducia con i suoi clienti. Qual è il messaggio che trasferite loro in questo momento?

Proviamo a spiegare che occorre cogliere a tutti i livelli la portata di questa fase. Allungando l’orizzonte dei propri investimenti, guardando a mercati o asset class solo apparentemente più lontani, privilegiando ad esempio l’equity sul debito. È qui che c’è da assumere un rischio, che è comunque un rischio calcolato. Perché anche le scelte apparentemente più rischiose sul lungo periodo sono destinate a ripagare, e non poco.

In Italia vale ad esempio per i Pir. È l’ora di rilanciarli, cogliendo ad esempio l’occasione dei Pir alternativi?

Non vorrei comparare i Pir tradizionali a quelli alternativi: sono strumenti diversi, cambiano i pro e contro. Certo quelli alternativi offrono ritorni più alti su tempi più lunghi, ma pagano l’illiquidità. È una scelta non per tutti, ma che molti dovrebbero considerare, soprattutto per una parte del proprio investimento. Sono strumenti che viaggiano paralleli, dobbiamo lavorare perché entrambi i canali godano dell’attenzione che meritano, senza ossessioni sui ritorni di breve periodo.

C’è un tema costi.

È un mito da sfatare: mediamente costano meno degli Oicr tradizionali, e in Mediolanum prevedono commissioni più basse della media. Voglio lanciare una provocazione: in teoria dovrebbero costare di più, l’investimento nell’illiquido piuttosto che sull’Aim richiedono molto più tempo e molte più operazioni.

Cosa farete voi?

Ci torneremo pesantemente. Anche con un tour per promuoverli in Italia, che dopo l’estate puntiamo a fare anche in presenza.

In generale questa fase di necessario rilancio responsabilizza le banche nel loro ruolo di sostegno all’economia reale. Quale ruolo per Mediolanum?

In Italia il 90% del finanziamento alle Pmi viene dalle banche: è troppo, chiaramente troppo. Non arriveremo mai ai livelli degli Stati Uniti, che sono al 25-30%, ma il modo migliore per sostenere le imprese è accompagnarle al mercato. E qui anche noi possiamo dire la nostra, come dimostra l’esperienza di questi primi tre anni di corporate investment banking concentrato sulle Pmi.

La pandemia ha accelerato tutti i processi di trasformazione, compresi quelli delle banche: come vede Mediolanum tra 10 anni?

La vedo più grande, cresciuta in modo organico, da sola.

Tra le banche cresce la voglia di aggregazioni, il risparmio gestito è molto corteggiato. Vincerete ogni tentazione?

Oltre ad amare la nostra indipendenza, amiamo il modo con cui facciamo le cose: per salvaguardarlo è necessario mantenere il controllo della banca. Certo sappiamo che un nostro ingresso in un gruppo retail, o nella Mediobanca di turno, porterebbe grandi benefici a chi ci incorpora. Ma a noi no.

Quindi pensa che nel gigantismo bancario ci sia spazio anche per voi?

Le dimensioni sono un must per le banche generaliste: il nostro caso, come ad esempio quelli d Fineco o Banca Generali dimostrano chiaramente che se hai una identità chiara non c’è bisogno di aggregarsi per crescere ed evolvere.

Vale anche per Mediobanca, di cui siete rimasti capofila degli azionisti storici?

Nulla è per sempre. Tutto evolve, e vale anche per Mediobanca. Ma in questo processo la banca è sempre cresciuta. Nel frattempo sono cambiati gli interessi dei soci storici e ne è arrivato uno importante come Leonardo Del Vecchio, che potrebbe chiedere una sterzata: è per questo che noi abbiamo spostato la quota tra le partecipazioni cedibili. Finora Del Vecchio ha dato fiducia al piano del management e noi siamo rimasti a bordo, quando capiremo quale direzione abbia in testa per l’istituto valuteremo come muoverci.

Siete i primi due azionisti di Piazzetta Cuccia: non vi siete confrontati?

No, per ora no.

Il Governo ha ben presente il tema delle banche, come dimostrano gli interventi favore delle aggregazioni. Ce n’è uno che vi sta a cuore?

È l’ora di prendersi tutti dei rischi, quindi c’è da spingere gli investimenti. In quest’ottica credo che la progressiva detassazione del capital gain all’aumentare del tempo di permanenza negli investimenti sull’azionario possa dare una spinta importante a questa asset class decisiva per lo sviluppo delle nostre imprese migliori.

Ancora in tema di regole: attraverso il Fondo interbancario, intervenuto nella liquidazione di Aigis Banca, anche voi avete concorso alla tutela di depositi che facevano capo per lo più a risparmiatori tedeschi. Con quale spirito?

Si doveva fare e l’abbiamo fatto, ma cominciano a essere davvero tante le risorse che stiamo spendendo per salvare concorrenti. E spenderli per chi spesso critica il nostro sistema, ci costa anche un po’ di più.

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