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Doris: aiutiamo le imprese per salvare il lavoro. Così ha fatto anche Berlino

Ennio Doris, presidente di Mediolanum, è per indole un ottimista. La crisi del coronavirus, però, l’ha colpito: «Neanche nei film di fantascienza siamo riusciti a immaginare una cosa così».

In una settimana è cambiato tutto. La Bce vara acquisti di titoli per 750 miliardi e la Commissione Ue dichiara lo stop al Patto di Stabilità.

«In realtà gli Stati si sono mossi prima. Quando la Germania ha annunciato 550 miliardi di prestiti alle imprese, la regola degli aiuti di Stato è stata ignorata, giustamente, perché quelle regole sono fatte per tempi normali. Poi si è mossa la Francia, con 350 miliardi, la Spagna con 250 miliardi. Noi eravamo ancora vincolati al tema della flessibilità. Una volta che i singoli stati, la Fed e le altre banche centrali si erano mossi, la Bce ha rotto gli indugi, e così Bruxelles».

Come si è mosso secondo lei il governo italiano?

«L’ultimo provvedimento preso va nella direzione giusta. I governatori di Lombardia e Veneto lo avevano detto, perché avevano più sensibilità di ciò che era necessario fare. In economia la rapidità di intervento è determinante. Noi ci siamo mossi in ritardo per il coronavirus. Lo stesso la Francia e la Germania, si sono mossi come se il virus non fosse apparso prima in Cina. Ma se vogliamo salvare il lavoro, dobbiamo salvare le imprese che danno lavoro, sennò ci ritroviamo tutti disoccupati. La Germania l’ha fatto».

L’Italia chiede il ricorso al fondo Salva Stati o ai Coronabond. Lei è d’accordo?

«Noi dobbiamo decidere di fare tutto quello che è necessario, senza alcun vincolo finanziario, sennò è peggio. Se poi riusciamo a mettere in piedi gli eurobond, meglio; ma guai se ci limitiamo ad aspettare questi interventi. In Europa si è fatto saltare il Patto di Stabilità, che è come il “Whatever it takes” di Mario Draghi del 2012, per salvare la struttura europea, perché l’Italia è il cuore dell’Europa».

Di quanto potrà frenare l’economia? In che tempi torneremo ai livelli pre Covid-19?

La crisi

È una crisi che viene dall’esterno, dalla sanità. È il cigno nero, poi arriverà il cigno bianco

«Il calo del Pil sarà più forte delle ultime crisi vissute, perché chiudiamo le fabbriche, i centri produttivi, per evitare contagi. Ma questo è anche il vantaggio. È una crisi che viene dall’esterno dell’economia, dalla sanità. È il cigno nero, e prima o poi arriverà il cigno bianco. A quel punto le fabbriche potranno riaprire e tutto ripartirà alla grande. Si tratta di resistere. Chi ha denaro, ne approfitti per comprare in Borsa, con tutti i meccanismi e le prudenze. E gli Stati non abbiano paura di spendere, perché quando si cresce economicamente, i debiti diminuiranno».

Le banche sono solide?

«Le banche italiane nella stragrande maggioranza sono molto solide. Dalla crisi sono uscite senza aiuti europei, e hanno fatto in totale 100 miliardi di aumenti di capitale sottoscritti dai privati. L’unico intervento statale è stato su Mps, che comunque ora marcia con le sue gambe. Ora c’è Popolare di Bari. Io dico: nazionalizziamola, dato che il governo vuole farne la Banca del Mezzogiorno».

Come le banche possono aiutare le imprese?

«Siccome chiudiamo le aziende, che non hanno ricavi ma hanno i costi come ad esempio le scadenze fiscali, il governo deve dire che se ne riparli a ottobre. E poi bisogna consentire alle banche di non mettere tra gli npl le aziende che si trovano in una situazione temporanea di difficoltà. Le regole che la Bce aveva imposto, che erano corrette fino a tre settimane fa, oggi vanno cambiate».

Non teme che le società possano essere preda di aziende estere?

«Chiaramente, quando ci sono i momenti di crisi, i valori delle aziende scendono e pian piano diventano più appetibili da parte dei concorrenti o di investitori istituzionali. Tanto è vero che a un certo punto i cali si fermano. Dipende dalla velocità del calo. Nella crisi petrolifera del 1973-74 il mercato nel suo insieme ha perso il 50% in 18 mesi, lo stesso dopo le Torri Gemelle; dopo Lehman Brothers ha perso leggermente di più, in sei mesi. Ma poi i valori di Borsa si sono ripresi e sono esplosi perché le azioni sono beni reali, rappresentano fabbriche, uffici, brevetti, che hanno un valore in sé che poi, quando l’economia riprende, tornano a esprimere. Quindi la molla, oltre a una certa compressione, non va».

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