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Il doppio rilancio della banca centrale europea

Nella partita da vincere della ripresa economica la Bce di Christine Lagarde ha messo sul piatto un doppio rilancio: rafforzare la sua azione monetaria e ribadire la sua indipendenza. Un doppio rilancio – sulla rotta e sulla nave – imposto da una nuova mareggiata di incertezza, che ha due cause: i dati congiunturali e la sentenza della corte costituzionale tedesca. Il rilancio è una buona notizia sia per l’Europa che per l’Italia, se l’obiettivo è quello di superare la recessione pandemica.

Le attese dei mercati finanziari sono state confermate: la Bce ha rafforzato il tratto ultra-espansivo della sua politica monetaria. Il punto di partenza – la presidente Lagarde lo ha ripetuto più volte – è il peggioramento del quadro congiunturale, effettivo ed atteso: l’Unione dovrebbe registrare nel 2020 una decrescita della produzione di beni e servizi pari al 8,7 percento, a cui si accompagnerà una anemica crescita dei prezzi al consumo dello 0,3 percento. La spia rossa si è accesa anche guardando agli indicatori monetari, che hanno una crescita anomala, sia guardando all’economia reale – il prodotto cala, la moneta aumenta – che alla dinamica dell’inflazione – i prezzi sono fiacchi, la moneta no. E’ un brutto segnale: quando l’incertezza diventa eccessiva, tutti gli operatori – imprese, famiglie, banche – aumentano la loro avversione al rischio, aumentano le scorte monetarie, a discapito delle scelte che fanno uscire una economia dalla recessione: consumi, investimenti, prestiti.

E’ l’effetto spugna: la banca centrale inietta liquidità, che però l’economia assorbe, senza effetti benefici su crescita e prezzi. E’ un rischio che ha un nome ben preciso: la trappola della liquidità – anche se la presidentessa non lo ha esplicitamente nominato. Cosa fa una banca centrale di fronte al rischio di una trappola della liquidità? Può rincarare la dose della sua medicina, cioè aumenta l’espansione monetaria, per battere l’incertezza.

E’ la rotta che la Bce ha scelto, di fronte alla recessione pandemica: bussola orientata dall’andamento dei prezzi al consumo, osservando però tutti gli indicatori che possono essere rilevanti per la dinamica delle aspettative, il motore primo di tutte le scelte economiche. Quindi diventano cruciali tutti quei segnali che possono indicare crepe nel funzionamento dell’economia: dalle tensioni nella liquidità ai premi al rischio sui titoli sovrani. Le crepe si stavano formando. La Bce mise in campo tutta la sua cassetta degli attrezzi: tassi di interesse in territorio negativo, acquisti di titoli pubblici e privati con la massima flessibilità, impegni vincolanti anche per i mesi a venire. Da marzo ad oggi, le crepe si sono fermate, ma l’incertezza è ancora lì.

Quindi ieri la Bce ha spinto ulteriormente il piede sull’acceleratore: l’iniezione sistematica di liquidità si è ulteriormente accentuata e gli orizzonti temporali si sono ancor più allungati: avremo politica monetaria espansiva con almeno questa intensità almeno fino al giugno 2021: l’atteggiamento espansivo proseguirà anche nel 2022. E’ significativo che la Lagarde abbia sottolineato che la decisione di accelerare sia stata presa all’unanimità, anche se poi il consenso sui singoli provvedimenti è stato solo “ampio”. E’ un fatto che indica come tutti i banchieri centrali, falchi o colombe, siano compatti nel pensare che una recessione eccezionale richieda una politica monetaria eccezionale. La compatezza aumenta la credibilità della azione della Bce, condizione necessaria – anche se non sufficiente – per avere, sempre via le aspettative, una maggiore efficacia della politica monetaria.

E per tutelare la propria credibilità che ieri la Bce ha fatto anche un secondo rilancio, che ha riguardato il suo ruolo istituzionale. La presidente Lagarde sicuramente non è stata colta di sopresa dai quesiti sulla reazione della Bce alla sentenza della Corte costituzionale tedesca. La Corte ha messo in dubbio la legittimità della azione di politica monetaria, domandandosi se sia stata basata su una compiuta analisi dei costi e dei benefici. La risposta è stata quella più naturale: ricordare le regole del giuoco. Nell’ordine: la Bce è l’istituzione indipendente che tutela la stabilità monetaria; la sua azione può essere giudicata solo dalla Corte di Giustizia europea; rilievi di corti nazionali non possono riguardare la Bce. Allo stesso tempo, la Lagarde ha rimarcato come sia costante l’attenzione della Bce a tre proprietà della politica monetaria: l’efficacia, l’efficienza, e appunto l’analisi dei benefici e dei costi. Il rilievo è stato doveroso; è stato al contempo saggio che sia stato espresso in termini molto generali. Perchè tutti – a partire dalla Bce – sanno benissimo che parlare di una analisi economica complessiva dei costi e dei benefici di una politica non convenzionale, che ha anche complessi effetti redistributivi, significa sottoporre ad una banca centrale una sorta di comma 22: o non sai rispondere, o dai la risposta sbagliata. E’ un quesito tecnico nella forma, ma che diventa politico nella sostanza. E questo non è certo il momento congiunturale per i comma 22.

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